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FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Fatti per l’eternità

-GIOVEDÌ SANTO- L’ULTIMA CENA E L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA. CRISTO: SACERDOTE E VITTIMA.

Il Nostro Signore Benedetto è venuto in questo mondo per morire. (…)

Essendo la Sua Morte la ragione della Sua Venuta, Egli ora istituiva per gli Apostoli, e per i posteri, un Atto Commemorativo della Sua Redenzione, da Lui promesso quando aveva affermato di essere il Pane di Vita.

Non disse: “Questo rappresenta, o simboleggia, il Mio Corpo”, bensì: “Questo è il Mio Corpo offerto in Sacrificio”. Un Corpo che sarebbe stato spezzato durante la Sua Passione.

Poi, prese il vino nelle Sue Mani e disse: “Questo è il Mio Sangue… che sarà sparso per molti in remissione dei peccati”

Sulla Croce, Egli sarebbe morto per la separazione del Suo Sangue dal Suo Corpo: ecco perché non consacrò insieme, ma separatamente, il pane e il vino, a rivelare il modo della Sua Morte a seguito della separazione del Corpo e del Sangue. In quell’atto, Nostro Signore, fu ciò che sarebbe stato l’indomani sulla Croce: Sacerdote e Vittima.

Venne poi il Divino comandamento di prolungare la Commemorazione della Sua Morte: “Fate questo in memoria di Me”

Ripetete! Rinnovate! Prolungate attraverso i secoli il Sacrificio offerto per i peccati del mondo! (…)

Quel Giovedì Santo, Nostro Signore non aveva dato loro un Sacrificio diverso dal Suo unico Atto Redentore sulla Croce: ma una nuova specie di Presenza. Non si trattava di un nuovo Sacrificio, perché ce n’è uno solo; così Egli diede invece una nuova Presenza di quell’unico Sacrificio.

Durante l’Ultima Cena, Nostro Signore operò indipendentemente dai Suoi Apostoli allorché presentò il Suo Sacrificio sotto le apparenze del pane e del vino; dopo la Sua Risurrezione e Ascensione, invece, e in obbedienza al Comandamento Divino, Cristo avrebbe offerto il Suo Sacrificio al Padre Suo che è nei Cieli attraverso loro o dipendentemente da loro.

Ogni volta che in Chiesa, durante la Messa, rievochiamo quel Sacrificio di Cristo, abbiamo un’applicazione a un nuovo momento nel tempo e a una nuova Presenza nello spazio dell’unico Sacrificio di Cristo adesso Glorioso. In obbedienza al Suo mandato, i Suoi seguaci avrebbero ripresentato in maniera incruenta ciò che Egli presentò al Padre Suo nel Sacrificio cruento del Calvario. (…)

Quando gli Apostoli, e più tardi la Chiesa, avrebbero obbedito alle Parole di Nostro Signore per rinnovare la Commemorazione e mangiare e bere il Corpo e il Sangue di Lui, non sarebbero stati quelli del Cristo Fisico allora dinanzi ad essi, ma quelli del Cristo Glorificato nei Cieli che continuamente intercede per i peccatori. La Salvezza della Croce, in quanto sovrana ed Eterna, viene quindi applicata e tradotta in realtà nel corso del tempo dal Cristo che è nei Cieli. (…)

Nostro Signore non disse mai a nessuno di scrivere circa la Sua Redenzione, ma agli Apostoli disse di rinnovarla, di applicarla, di commemorarla, di prolungarla in obbedienza agli ordini da Lui dati durante l’Ultima Cena. Egli volle che il grande dramma del Calvario venisse rappresentato non già una volta sola ma per ogni tempo che a Lui piacesse.

Volle che gli uomini non fossero i lettori della Sua Redenzione, ma che vi agissero da attori, offrendo con Lui il proprio corpo e sangue nella ripetizione del Sacrificio del Calvario, e con Lui dicendo: “Questo è il Mio Corpo e questo è il Mio Sangue”; morendo alle proprie nature inferiori per vivere alla Grazia.

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

Il Salvatore verificherà se abbiamo i segni della Croce su di noi: “Oh, che gioia è per me il mio costato ferito, che mi permette di imitare la Sua sofferenza sulla Croce!”

Ricordo che – dopo aver trascorso quattro mesi in ospedale – iniziai lentamente a riprendermi. Ho celebrato la Santa Messa su un altare costruito sopra il mio letto, alla presenza di alcuni sacerdoti e amici. Ho fatto un sermone spontaneo che ricordo molto bene.

Ho detto che ero contento di essere stato operato a cuore aperto perché – quando il nostro Salvatore verrà – verificherà se abbiamo i segni della Croce su di noi. Guarderà le nostre mani per vedere se sono state crocifisse dal dono sacrificale; guarderà i nostri piedi per vedere se sono stati feriti dalle spine e trafitti dai chiodi mentre cercavamo la pecorella smarrita. Egli guarderà i nostri cuori per vedere se si sono aperti per ricevere il Suo Cuore Divino. Oh, che gioia è per me il mio costato ferito, che mi permette di imitare, almeno in minima parte, la Sua sofferenza sulla Croce. Forse mi riconoscerà per questa cicatrice e mi accoglierà nel Suo Regno.

(Fulton J. Sheen, da “Treasure in Clay. L’autobiografia di Fulton J. Sheen”)

LA MORTE NON È LA FINE DI TUTTO: “Se viviamo all’ombra della Croce, la morte non sarà una fine, ma l’inizio di una vita eterna… Siamo stati mandati in questo mondo come figli di Dio, per partecipare al santo sacrificio della Messa”

Come il Figlio ritorna al Padre, come Nicodemo deve rinascere, come il corpo ritorna alla polvere, così l’anima dell’uomo, venuta da Dio, un giorno dovrà tornare a Dio. La morte non è la fine di tutto. La gelida terra che ricopre la tomba non segna la fine della storia di un uomo. Il modo in cui ha vissuto in questa vita determina come vivrà nella prossima.

Se durante la sua esistenza ha cercato Dio, la morte sarà come l’apertura di una gabbia, permettendogli di volare tra le braccia del divino Amato. Se in vita si è allontanato da Dio, la morte sarà l’inizio di un eterno precipitare lontano dalla Vita, dalla Verità e dall’Amore, ecco l’inferno. Un giorno dovremo tornare davanti al trono di Dio, dove ha avuto inizio il nostro noviziato terreno, per rendere conto del nostro servizio.

Quando l’ultimo covone sarà stato raccolto, non resterà una sola creatura umana che non abbia accolto o rigettato il dono divino della redenzione e sigillato con ciò il suo destino eterno. Come un registratore di cassa riporta il conto delle vendite alla fine della giornata lavorativa, così i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni sono registrate in vista del Giudizio Finale. Se viviamo all’ombra della Croce, la morte non sarà una fine, ma l’inizio di una vita eterna. Invece di una separazione, sarà un incontro; invece, che una partenza, un arrivo. (…)

Siamo stati mandati in questo mondo come figli di Dio, per partecipare al santo sacrificio della Messa. Dobbiamo prendere posto ai piedi della croce e, come a coloro che stavano lì il primo giorno, ci sarà chiesto di esprimere la nostra lealtà. Dio ci ha dato il grano e i grappoli della vita e, come gli uomini che ricevettero i talenti nel Vangelo, dobbiamo restituire il dono divino.

Dio ci ha donato le nostre vite come grano e grappoli. È nostro dovere consacrarle e riportarle a Dio sotto forma di pane e vino, transustanziate, divinizzate e spiritualizzate. Dovremo avere tra le mani il raccolto dopo la primavera del pellegrinaggio terreno. Per questo il Calvario si staglia in mezzo a noi, che ci troviamo sulla sua sacra cima. Non siamo stati creati come spettatori, per giocare a dadi come i carnefici, ma per partecipare al mistero della croce…

Quando il nostro pellegrinaggio terreno giungerà al termine e torneremo al principio, Dio guarderà entrambe le nostre mani. Se nella vita hanno toccato le mani del suo Figlio divino, allora presenteranno gli stessi lividi segni dei chiodi; se i nostri piedi in vita hanno percorso la strada che conduce all’eterna gloria inerpicandosi per un roccioso e irto Calvario, porteranno le stesse ferite; se i nostri cuori battono all’unisono con il suo, mostreranno il fianco squarciato dall’empia lancia del mondo geloso.

Beati coloro che porteranno, tra le mani trafitte, il pane e il vino delle loro vite consacrate segnate dal sigillo dell’Amore redentore. Guai, però, a coloro che scenderanno dal Calvario con le mani bianche e intatte. Dio ci assicura che al termine della vita, quando la terra svanirà come un sogno al risveglio e lo splendore dell’eternità si riverserà nelle nostre anime, potremo riecheggiare, con fede umile e trionfante, l’Ultima Parola di Cristo: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

“TUTTO È COMPIUTO” L’AMORE NON PUÒ FARE NULLA DI PIÙ GRANDE CHE MORIRE. I VERI CRISTIANI RIMANGONO SULLA CROCE CON GESÙ FINO ALLA FINE!

«Tutto è compiuto». Cosa è compiuto? La redenzione dell’uomo. L’Amore ha portato a compimento la sua missione, perché ha fatto tutto ciò che poteva. L’Amore era in grado di compiere due cose. Per sua natura, l’Amore tende all’incarnazione e ogni incarnazione tende alla crocifissione. Ogni vero amore non tende forse a incarnarsi? Nell’ordine dell’amore umano, l’affetto tra marito e moglie non incarna il loro amore reciproco in un bambino? Una volta che lo hanno generato, non si sacrificano per lui fino alla morte? Dunque, il loro amore tende alla crocifissione.

Ma questo è soltanto un riflesso dell’ordine divino, in cui l’amore di Dio per l’uomo era così profondo e intenso da culminare in una incarnazione, per cui Dio ha assunto l’aspetto dell’uomo che amava. Ma l’amore di Nostro Signore per l’uomo non si è fermato lì. A differenza di ogni altro nato, Nostro Signore è venuto al mondo per redimerlo. La morte era il suo fine supremo. La morte ha interrotto la carriera di grandi uomini, ma così non è stato per il Signore: era la sua corona di gloria, l’unico scopo cui anelava.

La sua incarnazione, dunque, tendeva alla crocifissione perché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Adesso che ha terminato la sua corsa per la redenzione dell’uomo, quell’Amore divino può dire: «Ho fatto per la mia vigna tutto ciò che potevo» (cfr. Is 5,4). L’Amore non può fare nulla di più grande che morire. (…)

DOBBIAMO VIVERE LA MESSA NELLE NOSTRE VITE

Nostro Signore ha compiuto la sua opera, ma noi non abbiamo compiuto la nostra. Egli ci ha indicato la via da seguire. Lui giaceva sulla croce alla fine, ma noi dobbiamo prenderla. Lui ha compiuto la redenzione nel suo Corpo fisico, ma noi non l’abbiamo completata nel suo Corpo Mistico. Lui ha realizzato la salvezza, ma le nostre anime ancora non vi hanno attinto. Ha edificato il Tempio, ma noi dobbiamo dimorarvi. Ha fatto il modello della croce, a cui noi dobbiamo adeguare le nostre. Ha riempito il calice, ma noi non ci siamo ancora dissetati. Ha seminato il grano, ma dobbiamo ammassarlo nei nostri granai. Ha compiuto il sacrificio del Calvario; noi dobbiamo portare a termine la Messa.

La Sua Crocifissione non era intesa come una tragedia da cui trarre ispirazione, ma come un’azione su cui modellare le nostre vite. Non si tratta di sedersi e guardare la croce come qualcosa che ormai è archiviato, come se fosse la vita di Socrate; al contrario, ciò che è avvenuto sul Calvario ci reca beneficio solo nella misura in cui lo ripetiamo nelle nostre vite. La Messa lo rende possibile, poiché rinnovando il Calvario sui nostri altari, non siamo spettatori, ma partecipiamo alla redenzione ed è lì che «compiamo» la nostra opera. Egli ci ha detto: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Lui ha compiuto la sua opera quando è stato innalzato sulla croce, noi compiamo la nostra quando lasciamo che ci attiri a sé nella Messa.

La Messa lo rende visibile agli occhi di tutti, esponendo la croce ai crocevia delle civiltà; essa porta il Calvario così vicino che persino il piede più stanco può incamminarsi verso il suo tenero abbraccio; ogni mano può adesso toccare il suo sacro carico e ogni orecchio può udire il suo dolce appello, perché la Messa e la croce sono la stessa cosa. In entrambe c’è la stessa offerta della volontà del Figlio amato che si consegna perfettamente, lo stesso Corpo lacerato, lo stesso Sangue sparso, lo stesso perdono divino.

Dobbiamo portare con noi tutte le parole e azioni della Messa, per viverle, praticarle e intrecciarle con ogni circostanza e situazione della nostra vita quotidiana. Il suo sacrificio diventa il nostro attraverso l’offerta di noi stessi unita a lui; la sua vita offerta per noi diventa la nostra vita offerta per lui. Allora, torniamo a Messa come chi ha fatto la propria scelta, volgendo le spalle al mondo e diventando altri Cristi per la nostra generazione, come potenti testimoni dell’Amore che è morto perché noi vivessimo con lui.

I VERI CRISTIANI RIMANGONO SULLA CROCE CON GESÙ FINO ALLA FINE

Il nostro mondo è pieno di cattedrali gotiche incompiute, di vite incompiute e di anime crocifisse a metà. Alcuni portano la croce al Calvario per poi abbandonarla; altri vi sono inchiodati ma si staccano un istante prima che venga innalzata; altri si lasciano crocifiggere, ma poi, sfidati dal mondo che grida: «Vieni giù», scendono dopo un’ora, due ore, o due ore e 59 minuti. I veri cristiani perseverano fino alla fine. Nostro Signore vi è rimasto fino che fosse tutto compiuto. Il sacerdote, allo stesso modo, rimane all’altare fino alla fine della Messa, non può scendere giù. Così noi dobbiamo stare con la croce fino alla fine della nostra vita.

Cristo sulla croce è il modello di una vita compiuta. La nostra natura umana è la materia prima, la nostra volontà è lo scalpello, la grazia di Dio è la forza e l’ispirazione. Sbozzando la nostra natura incompiuta, dapprima eliminiamo i pezzi più grossi dell’egoismo. Poi, con tocco più delicato, togliamo i pezzi più piccoli, fino a che un solo pennello è sufficiente a terminare il capolavoro, un uomo compiuto a immagine e somiglianza del modello sulla croce.

Noi siamo sull’altare, simboleggiati nel pane e nel vino; abbiamo offerto noi stessi al Signore ed Egli ci ha consacrato. Allora non dobbiamo tornare indietro, ma restare lì fino alla fine, pregando incessantemente affinché, trascorso il tempo della nostra vita, ripercorrendo un’esistenza vissuta in intimità con la croce, dalle nostre labbra riaffiori l’eco della Sesta Parola di Cristo: «Tutto è compiuto».

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

NON C’È NULLA DI PIÙ SOLENNE SULLA FACCIA DELLA TERRA DELL’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE: “La Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino…Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo!”

Poiché l’uomo si era separato da Dio, Egli, espiando, ha permesso che il suo Sangue fosse separato dal suo Corpo. Il peccato era entrato nel sangue dell’uomo; e come se tutti i peccati del mondo fossero su di sé, lasciò scorrere tutto il suo sacro Sangue dal calice del suo Corpo. Possiamo quasi sentirlo dire: «Padre, questo è il mio Corpo; questo è il mio Sangue. Vengono separati l’uno dall’altro come l’umanità è stata separata da te. Ecco la consacrazione della mia croce».

Ciò che accadde quel giorno sulla croce avviene ora nella Messa, con questa differenza: sulla croce il Salvatore era solo, nella Messa è insieme a noi. Nostro Signore ora è in Cielo alla destra del Padre, intercedendo per noi. Pertanto, non può tornare a soffrire nella sua natura umana. Allora come può la Messa ri-presentare il Calvario? Come può Cristo rinnovare la croce?

Egli non può soffrire più nella sua natura umana, che gode la beatitudine celeste, ma può soffrire nelle nostre nature umane. Non può rinnovare il Calvario nel suo Corpo fisico, ma può farlo nel suo Corpo mistico, la Chiesa. Il sacrificio della croce può essere ri-presentato, purché gli offriamo il nostro corpo e il nostro sangue e lo facciamo in maniera così completa che, a sua volta, Egli può offrire nuovamente sé stesso al Padre celeste per la redenzione del suo Corpo mistico, la Chiesa.

Cristo va per il mondo a radunare altre nature umane desiderose di essere altrettanti Cristi. Affinché i nostri sacrifici, i nostri dolori, i nostri Golgota, le nostre crocifissioni non restino isolati, disgiunti e scollegati, la Chiesa li raduna, li raccoglie, li unifica, li fonde, li ammassa, e l’insieme di tutti i sacrifici delle nostre singole nature umane nella Messa viene unito al grande sacrificio di Cristo sulla croce.

Quando partecipiamo alla Messa non siamo meri individui della Terra o solitarie unità, ma parti viventi di un grande ordine spirituale in cui l’Infinito penetra e avvolge il finito, l’Eterno fa irruzione nel temporale e lo Spirituale si riveste degli abiti della materia. Non c’è nulla di più solenne sulla faccia della terra dell’istante sbalorditivo della Consacrazione; infatti, la Messa non è una preghiera né un inno o qualcosa da dire, è un’azione divina con cui entriamo in contatto in un dato momento del tempo. (…)

Quindi la Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino: noi siamo sull’altare sotto le specie del pane e del vino, poiché entrambi alimentano la vita; pertanto, offrendo ciò che ci dà vita, simbolicamente offriamo noi stessi. Inoltre, il grano deve «soffrire» per diventare pane, gli acini d’uva devono passare attraverso il torchio per diventare vino. Ecco perché entrambi rappresentano i cristiani, chiamati a soffrire con Cristo per regnare insieme a lui.

Durante la Messa, man mano che si avvicina la consacrazione è come se il Signore ci dicesse: «Tu, Maria; tu, Giovanni; tu, Pietro; e tu, Andrea, tutti voi, donatemi il vostro corpo e il vostro sangue. Donatemi tutto il vostro essere! Io non posso più soffrire, sono passato attraverso la mia croce, ho sofferto tutto quel che potevo nel mio corpo fisico, ma non le sofferenze che mancano al mio Corpo mistico, in cui siete voi. La Messa è il momento in cui ciascuno di voi può adempiere letteralmente la mia esortazione: “Prendete la vostra croce e seguitemi”». Sulla croce Nostro Signore guardava a voi, sperando che un giorno gli avreste donato voi stessi nel momento della consacrazione. Oggi, nella Messa, si compie l’auspicio di Nostro Signore. Quando partecipate alla Messa, Egli vi aspetta perché gli doniate voi stessi.

Allora, quando giunge il momento della consacrazione, il sacerdote, obbedendo alle parole del Signore, «Fate questo in memoria di me», prende il pane nelle sue mani e dice: «Questo è il mio Corpo»; e poi dice sul calice del vino: «Questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza». Non consacra insieme il pane e il vino, ma separatamente. La consacrazione distinta del pane e del vino è una rappresentazione simbolica della separazione del sangue dal corpo e poiché la crocifissione implica quel mistero, il Calvario viene rinnovato sul nostro altare. Ma, come abbiamo detto, Cristo non è da solo sull’altare; noi siamo con lui. Dunque, le parole della consacrazione hanno un duplice senso; il primo significato è: «Questo è il Corpo di Cristo; questo è il Sangue di Cristo»; mentre il secondo è: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue».

Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo; applicare alle nostre anime i suoi meriti, imitandolo in tutto, anche nella sua morte sulla croce. Egli è passato attraverso la sua consacrazione sulla croce, così che noi possiamo passare attraverso la nostra nella Messa.

Al mondo non c’è nulla di più tragico del dolore sprecato. Pensate a quanta sofferenza c’è negli ospedali, tra i poveri e nel lutto. Pensate anche a quanta sofferenza viene sprecata! Quante di queste anime sole, sofferenti, abbandonate, crocifisse stanno dicendo al Signore, nell’istante della consacrazione: «Questo è il mio corpo, prendilo». Eppure, è ciò che tutti noi dovremmo dire in quel momento:

“Offro me stesso a Dio. Ecco il mio corpo. Prendilo. Ecco il mio sangue. Prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei beni, la mia ricchezza, tutto quello che ho. È tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo! Offrilo con te stesso al Padre celeste, affinché Lui, guardando a questo grande sacrificio, possa vedere solo te, il suo Figlio diletto, in cui si è compiaciuto. Trasforma l’umile pane della mia esistenza nella tua vita divina; ravviva il vino della mia vita vuota nel tuo Spirito divino; unisci il mio cuore spezzato al tuo cuore; trasforma la mia croce in un crocifisso. Non lasciare che il mio abbandono, il mio dolore e il mio lutto vadano sprecati. Raccogli i frammenti e come la goccia d’acqua è mescolata al vino nell’offertorio della Messa, lascia che la mia vita si mescoli alla tua; lascia che la mia piccola croce si intrecci alla tua grande croce, affinché io possa conquistare le gioie della felicità eterna unito a te. Consacra le tribolazioni della mia vita, che se non fossero unite a te resterebbero senza ricompensa; transustanziami perché, come il pane che ora si trasforma nel tuo Corpo, e il vino che si trasforma nel tuo Sangue, anch’io possa diventare interamente tuo. Non importa che rimangano le apparenze o che, come il pane e il vino, io appaia lo stesso di prima agli occhi terreni. Il mio ruolo nella vita, i miei doveri ordinari, il mio lavoro, la mia famiglia, non sono altro che le specie della mia esistenza, che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, il mio intelletto, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, trasformali interamente al tuo servizio perché, attraverso di me, tutti possano conoscere quanto è dolce l’amore di Cristo. Amen.”

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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A QUALI CONDIZIONI POSSIAMO DIVENTARE PICCOLE OSTIE UNITE A CRISTO NELLA MESSA? IMITANDO IL BUON LADRONE: PENITENZA E FEDE! -L’OFFERTORIO DELLA MESSA-

L’Offertorio: «In verità, io ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43)

Questo momento della Messa è l’offertorio, poiché Nostro Signore si offre al Padre celeste. Ma per ricordarci che Egli non si offre da solo, ma insieme a noi, Egli unisce al suo offertorio l’anima del ladrone alla sua destra. All’inizio entrambi i ladroni lo insultavano e bestemmiavano, ma uno di loro, che la tradizione chiama Disma, volse la testa scorgendo la mansuetudine e la dignità sul volto del Salvatore crocifisso. Come un carbone gettato nel fuoco diventa luminoso e splendente, così l’anima cupa del ladrone gettata nel fuoco della crocifissione si infiammò d’amore per il Sacro Cuore. «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,39-43).

Tanto dolore e tanta fede non potevano restare senza ricompensa. Nel momento in cui il potere di Roma gli impediva di parlare, mentre i suoi amici pensavano che fosse finito tutto e i suoi nemici credevano di aver vinto, Nostro Signore ruppe il silenzio. L’imputato divenne il Giudice: il Crocifisso divenne il divino Avvocato delle anime. Al ladrone penitente proclamò: «Oggi sarai con me in paradiso». Oggi che hai pronunciato la tua prima e ultima preghiera; oggi stesso sarai insieme a me e il luogo in cui mi trovo è il paradiso. Con queste parole, Nostro Signore, offrendosi al Padre celeste come l’Ostia Magna, unisce a lui sulla patena della croce come le particole offerte nella Messa l’ostia del ladrone penitente, un tizzone raccolto dalle fiamme, un fascio strappato dai mietitori; il grano macinato al mulino della crocifissione è ora reso pane per l’Eucaristia.

Nostro Signore non soffre da solo sulla croce: Egli soffre con noi. Per questo ha unito il sacrificio del ladrone al suo. È ciò che intende San Paolo quando dice che dobbiamo completare quello che manca alle sofferenze di Cristo (Col 1,24). Questo non significa che Nostro Signore sulla croce non abbia sofferto tutto il possibile. Piuttosto indica che il Cristo fisico, storico, ha sofferto tutto ciò che poteva nella sua natura umana, ma che il Cristo mistico, che siamo Cristo e noi, non ha sofferto nella nostra pienezza. Tutti gli altri «buoni ladroni» nella storia del mondo non hanno ancora riconosciuto le proprie colpe e implorato di ricordarsi di loro.

Nostro Signore adesso è in Cielo, pertanto non può più soffrire nella sua natura umana, ma può farlo ancora nella nostra. Egli, dunque, raggiunge altre nature umane, le vostre e la mia, e ci chiede di fare come il ladrone, cioè di unirci a lui sulla croce, affinché condividendo la crocifissione, possiamo anche condividere la sua risurrezione e, resi partecipi della sua croce, possiamo partecipare anche alla sua gloria nei cieli. Come il Signore quel giorno scelse il ladrone come particola del sacrificio, oggi sceglie noi come altrettante particole unite a lui sulla patena dell’altare. (…)

Perché portiamo a Messa il pane e vino oppure l’equivalente? Perché questi due elementi, tra tutti quelli della natura, rappresentano in pieno l’essenza della vita. Il grano è il cuore della terra e l’uva ne è il sangue, ed entrambi ci danno il corpo e il sangue della vita. Portare questi due elementi che ci danno la vita, ci nutrono, equivale a portare noi stessi al sacrificio della Messa. Siamo quindi presenti in ciascuna Messa sotto le specie del pane e del vino, simboli del nostro corpo e del nostro sangue. Non siamo spettatori passivi, come se guardassimo uno spettacolo a teatro, ma offriamo la nostra Messa insieme a Cristo.

Se ci fosse un quadro adeguato a raffigurare il nostro ruolo in questo dramma, sarebbe il seguente. Di fronte a noi c’è una grande croce su cui è stesa l’Ostia Grande, Cristo. Tutt’intorno alla collina del Calvario ci sono le nostre piccole croci su cui noi, le ostie piccole, stiamo per essere offerti. Quando Nostro Signore sale sulla sua croce, noi saliamo sulle nostre e ci offriamo in unione con lui, come oblazione pura all’eterno Padre.

In quel momento compiamo fino in fondo il comando del Salvatore: «Ciascuno prenda la sua croce e mi segua». Nel far questo, non ci chiede di fare qualcosa che non ha già fatto lui stesso. E non è valida la scusa: «Sono un’ostia misera e indegna». Anche il ladrone lo era. Osserviamo due atteggiamenti nell’anima del ladrone ed entrambi lo hanno reso gradito al Signore. Il primo era il riconoscimento di meritare quanto stava soffrendo, mentre l’innocente Cristo non meritava la sua croce: in altre parole, era un penitente. Il secondo era la fede in colui che gli uomini rifiutavano, ma che il ladrone riconobbe come il vero Re dei re.

A quali condizioni possiamo diventare piccole ostie nella Messa? Come può il nostro sacrificio unirsi a quello di Cristo ed essergli gradito come quello del ladrone? Solo imitando nelle nostre anime i due atteggiamenti dell’anima del ladrone: penitenza e fede.

Prima di tutto, dobbiamo farci penitenti insieme al ladrone e dire: «Io merito il castigo per i miei peccati, ho bisogno del sacrificio». Alcuni di noi non si rendono conto di quanto siamo malvagi e ingrati verso Dio. Se lo facessimo, non ci lamenteremmo delle avversità e delle pene della vita. Le nostre coscienze sono come stanze rimaste a lungo prive di luce. Apriamo la tenda ed ecco: tutto ciò che credevamo pulito si rivela polveroso. Ci sono anime così piene di giustificazioni da poter pregare insieme al fariseo: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini» (cfr. Lc 18,11). Altre bestemmiano il Dio dei cieli per i loro dolori e peccati, ma non si pentono.

Per esempio, la Guerra Mondiale era considerata una purificazione dal male; si pensava che ci avrebbe insegnato che non possiamo andare avanti senza Dio, ma il mondo non ha imparato la lezione. Come il ladrone a sinistra, ha rifiutato di pentirsi e nega ogni relazione di giustizia tra il peccato e il sacrificio, la ribellione e la croce. Ma più siamo penitenti, meno saremo ansiosi di fuggire le croci; più vediamo noi stessi così come siamo, più diciamo, insieme al buon ladrone: «Io merito questa croce». Questi non cercava scuse; non chiedeva di giustificare il suo peccato, né che lo si lasciasse andare o lo si staccasse. Desiderava soltanto essere perdonato. Voleva essere una piccola ostia sulla sua piccola croce, proprio perché era un penitente. E non c’è per noi altra strada per diventare piccole ostie unite a Cristo nella Messa, se non spezzare i nostri cuori nel dolore; poiché, se non confessiamo di essere feriti, come potremo sentire il bisogno della guarigione? Se non siamo addolorati per aver partecipato alla crocifissione, come potremo mai chiedere che il nostro peccato sia perdonato?

La seconda condizione per diventare un’ostia nell’offertorio della Messa è la fede. Il ladrone volse il capo verso il Signore e vide un segno che diceva: «Re». Che strano re è mai questo? La sua corona era fatta di spine, la sua porpora regale era il suo sangue, il suo trono una croce, la sua corte i carnefici, la sua incoronazione una crocifissione. Eppure, in mezzo a tutte queste scorie, il ladrone vide l’oro; tra tante bestemmie elevò una preghiera. La sua fede era così salda che era contento di restare sulla croce. Il ladrone a sinistra chiedeva di essere liberato, a differenza di quello a destra. Perché? Perché il buon ladrone era consapevole di un male peggiore della crocifissione e di un’altra vita al di là della croce. Aveva fede nell’Uomo crocifisso al centro, che se avesse voluto sarebbe stato capace di trasformare le spine in ghirlande e i chiodi in boccioli; ma lui aveva fede in un regno oltre la croce, sapendo che le sofferenze di questo mondo non sono paragonabili alle gioie future. La sua anima esclamava, con il salmista: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal. 22 [23],4).

Il buon ladrone sapeva che Nostro Signore avrebbe potuto liberarlo, ma non chiese di essere staccato dalla croce, poiché Egli stesso non poteva liberarsi, anche se la folla lo sfidava in tal senso. Il ladrone voleva essere una piccola ostia, se necessario, fino al compimento ultimo della Messa. Ciò non significa che non amasse la vita: egli la amava quanto noi. Desiderava una vita lunga e la trovò, poiché quale vita è più lunga di quella eterna? A tutti e ciascuno di noi, in modo simile, è dato di scoprire quella vita eterna. Ma non c’è altro modo di entrarvi se non con la fede e la penitenza che ci uniscono all’Ostia Grande, Cristo Sacerdote e Vittima. In tal modo diventiamo ladri spirituali e rubiamo il Cielo ancora una volta.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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-LA MESSA INIZIA CON IL CONFITEOR-PERDONARE NON SIGNIFICA NEGARE LA TERRIBILE REALTÀ DEL PECCATO

LA MESSA INIZIA CON IL CONFITEOR:

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»

La Messa ha inizio con il Confiteor, una preghiera in cui confessiamo i nostri peccati e chiediamo alla Beata Madre e ai santi di intercedere presso Dio per la nostra colpevolezza, perché solo i puri di cuore vedranno Dio. Nostro Signore stesso inizia la sua Messa con il Confiteor, ma il suo è diverso dal nostro perché Lui non ha peccati da confessare. È Dio, quindi è senza peccato. «Chi di voi può dimostrare che ho peccato?» (Gv 8,46). Di conseguenza il suo Confiteor non può essere una preghiera per il perdono dei suoi peccati, ma dei nostri.

Altri avrebbero urlato, imprecato, si sarebbero dimenati mentre i chiodi trapassavano loro mani e piedi. Invece, nel cuore del Salvatore non c’è posto per lo spirito di rivalsa, nessuna minaccia di vendetta esce dalle sue labbra verso i suoi assassini, neanche la preghiera di ottenere la forza per sopportare il dolore. L’amore incarnato dimentica l’ingiuria, la sofferenza, e al culmine dell’agonia rivela qualcosa dell’altezza, della profondità e dell’ampiezza dello straordinario amore di Dio, pronunciando il suo Confiteor: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non ha detto: «Perdonami», ma «Perdona loro».

Il momento della morte era certamente il più propizio per riconoscere i propri peccati, poiché nell’ultimo solenne istante la coscienza afferma la propria autorità; eppure, non esce un gemito di penitenza dalle sue labbra. Egli è stato associato ai peccatori, ma mai al peccato. Nella morte come nella vita non è stato consapevole di un solo dovere incompiuto verso il Padre celeste. E perché? Perché un Uomo senza peccato non è un uomo, è più di un semplice uomo. Egli è senza peccato perché è Dio, ecco la differenza. Noi leviamo la nostra preghiera dall’abisso della consapevolezza di peccare: Egli innalza il suo silenzio dalla propria, intrinseca, assenza di peccato. Quella sola parola, «perdona», testimonia che Lui è il Figlio di Dio.

NON C’È POSSIBILITÀ DI SALVEZZA PER GLI ANGELI CADUTI MA PER NOI È DIVERSO

Si noti il motivo per cui Gesù Nostro Signore chiede al Padre celeste di perdonarci, «perché non sanno quello che fanno». Quando qualcuno ci offende o ci accusa ingiustamente, diciamo: «Avrebbero dovuto saperlo!». Invece, quando pecchiamo contro Dio, Egli trova nella nostra ignoranza la giustificazione per i nostri peccati.

Non c’è redenzione per gli angeli caduti. Le gocce di sangue versate dalla croce il Venerdì Santo, in quella Messa di Cristo, non hanno toccato lo spirito degli angeli caduti. Perché? Perché erano consapevoli di quanto stavano facendo. Vedevano tutte le conseguenze delle loro azioni, così chiaramente come noi vediamo che due più due fa quattro, o che una cosa non può allo stesso tempo esistere e non esistere. Non si torna indietro una volta colto questo genere di verità, poiché sono irrevocabili ed eterne. Pertanto, decidendo di ribellarsi a Dio onnipotente, hanno preso una decisione senza ritorno. Sapevano ciò che facevano!

Ma nel nostro caso è diverso. Noi non vediamo le conseguenze delle nostre azioni altrettanto chiaramente; siamo deboli, ignoranti. Però, se ci rendessimo conto che ogni peccato di orgoglio ha intrecciato una corona di spine sulla testa di Cristo; se ci rendessimo conto che ogni volta che contraddiciamo la sua divina volontà innalziamo per lui il segno della contraddizione: la croce; se ci rendessimo conto che ogni atto di avarizia ha inchiodato le sue mani e ogni vagabondaggio nei sentieri del peccato ha trafitto i suoi piedi; se ci rendessimo conto della bontà di Dio, eppure continuassimo a peccare, non saremmo mai salvati.

Solo la nostra ignoranza dell’infinito amore del Sacro Cuore ci permette di udire il suo Confiteor sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Se queste parole si imprimono profondamente nelle nostre anime, non costituiscono una scusa per i nostri continui peccati, ma un motivo di contrizione e di penitenza.

PERDONARE NON SIGNIFICA NEGARE LA TERRIBILE REALTÀ DEL PECCATO

Perdonare non significa negare il peccato. Nostro Signore non nega la terribile realtà del peccato, ed è qui che il mondo moderno si inganna, cercando di spiegarlo: lo ascrive a qualche errore nel processo di evoluzione, a un residuo di antichi tabù, lo identifica in termini psicologici. In una parola, il mondo moderno nega il peccato. Nostro Signore ci ricorda che è la realtà più tremenda. Altrimenti, perché crocifiggere Colui che è senza peccato? Perché spargere sangue innocente? (…)

Ecco, Colui che ha amato gli uomini fino alla morte ha permesso al peccato di vendicarsi su di Sé, affinché potessero coglierne per sempre l’orrore nella crocifissione di Colui che li ha amati a tal punto: qui non c’è la negazione del peccato, eppure, tra tanto orrore, la Vittima perdona. Nello stesso, unico evento c’è il segno della totale depravazione del peccato e il sigillo del perdono divino.

Da quel momento in poi, nessun uomo potrà guardare un crocifisso e affermare che il peccato non è qualcosa di grave, né dire che non può essere perdonato. Nella sua sofferenza, Egli ha rivelato la realtà del peccato; nella sopportazione, ha mostrato la sua misericordia verso il peccatore. A perdonare è la stessa Vittima che ha sofferto: e in quella combinazione di una Vittima così umanamente splendida, così divinamente amante, così completamente innocente, si riscontrano un crimine enorme e un perdono ancora più grande.

Al riparo del Sangue di Cristo c’è posto per il peggior peccatore; poiché in quel Sangue c’è un potere in grado di arginare le ondate della vendetta che minacciano di abbattersi sul mondo.

DIO PUÒ PERDONARE ATTRAVERSO ALTRI UOMINI

«A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati»

Il mondo vi spiegherà il peccato, ma solo sul Calvario farete esperienza della divina contraddizione del peccato perdonato. Sulla croce il supremo dono di sé e l’amore divino trasformano il peggiore dei peccati nell’azione più nobile e nella preghiera più tenera mai viste sulla terra, il Confiteor di Cristo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Questa parola «perdono» che quel giorno risuonava dalla croce, quando il peccato emergeva in tutta la sua violenza per poi abbattersi sconfitto dall’amore, non morirà con la sua eco.

Non molto tempo dopo, quello stesso Salvatore misericordioso aveva offerto il mezzo per prolungare il perdono nel tempo e nello spazio, fino alla fine del mondo. Radunando intorno a sé il nucleo della sua Chiesa, disse agli apostoli: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Ovunque oggi nel mondo i successori degli apostoli hanno il potere di perdonare. Non dobbiamo chiedere come possa un uomo perdonare i peccati. Infatti, un uomo non può, ma Dio può farlo attraverso l’uomo: non è forse così che Dio ha perdonato i propri carnefici sulla croce, servendosi della sua natura umana? Non è ragionevole allora aspettarsi che Lui continui a perdonare i peccati attraverso altre nature umane cui ha conferito questo potere? E dove troviamo queste nature umane?

Conoscete la storia della scatola ignorata a lungo e persino disprezzata come cosa di scarso valore; un giorno fu aperta e scoprirono che conteneva l’enorme cuore di un gigante. In ogni chiesa cattolica c’è quella scatola. La chiamiamo confessionale. È ignorata o disprezzata da molti, ma vi si trova il Sacro Cuore di Cristo che perdona i peccatori per mezzo delle mani tese dei suoi sacerdoti, come Lui stesso una volta ha perdonato con le sue mani stese sulla croce.

Esiste un solo perdono, il perdono di Dio. Esiste un solo atto di perdono, quello eternamente divino con cui veniamo in contatto in ogni tempo. Come l’etere è sempre colmato da musica e parole, ma non le udiamo se non sintonizziamo la radio, così le anime non percepiscono la gioia di quell’eterno e divino perdono se non si sintonizzano con esso nel tempo; il confessionale è il luogo in cui possiamo sintonizzarci con quel grido lanciato dalla croce.

Piacesse a Dio che la nostra mentalità moderna, invece di negare la colpa, la riconoscesse guardando alla croce e chiedendo perdono; che quanti hanno la coscienza inquieta, che li spaventa di giorno e li perseguita di notte, non cercassero sollievo nella medicina ma nella giustizia divina; che quanti confessano gli oscuri segreti della loro mente non lo facessero per esaltarli ma per purificarli; che le lacrime versate nel silenzio da poveri mortali venissero asciugate da una mano che assolve. Avverrà sempre che la più grande tragedia della vita non sia ciò che accade alle anime, ma ciò che perdono. E quale tragedia più grande che perdere la pace del perdono dei peccati?

Il Confiteor ai piedi dell’altare è il grido della nostra indegnità, il Confiteor sulla croce è la nostra speranza di perdono e assoluzione. Le piaghe del Salvatore erano terribili, ma la piaga peggiore di tutte sarebbe dimenticare che siamo stati noi a causarle. Il Confiteor ci può salvare da questo, poiché è l’ammissione che abbiamo qualcosa di cui essere perdonati e molto più di quanto riconosciamo. Si racconta di una suora che un giorno spolverava un’immagine di Nostro Signore nella cappella. Durante il suo lavoro la fece cadere a terra. La raccolse intatta, le diede un bacio e la rimise al suo posto, dicendo: «Se non fossi caduto, non lo avresti ricevuto». Mi meraviglierei se Nostro Signore non provasse lo stesso per noi, poiché se non avessimo mai peccato, non avremmo mai potuto chiamarlo Salvatore.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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LA MESSA È IL PIÙ GRANDE EVENTO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ, È IL CULMINE DELLA LITURGIA CRISTIANA: “L’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra”

L’atto più sublime nella storia di Cristo è stata la sua morte. La morte è sempre importante, poiché sancisce un destino. Ogni uomo che muore cattura l’attenzione. Ogni scena di morte è un luogo sacro. È la ragione per cui la grande letteratura del passato che ha toccato le emozioni che circondano la morte, non è mai passata di moda. Ma di tutte le morti a memoria d’uomo, nessuna è stata più significativa della morte di Cristo. Chiunque altro sia venuto al mondo, è venuto per vivere; Nostro Signore è venuto a morire. La morte ha costituito un ostacolo nella vita di Socrate, ma il coronamento della vita di Cristo. Egli stesso ha detto di essere venuto «per dare la propria vita in riscatto per molti»; che nessuno gli avrebbe tolto la vita, ma Egli stesso la offriva da sé (Mt 20,28; Gv 10,18). Se allora la morte è stata il momento supremo per cui Cristo è vissuto, di conseguenza era l’unica cosa che desiderava venisse ricordata. Non ha chiesto agli uomini di trascrivere le sue parole; non ha chiesto che la sua amabilità verso i poveri venisse ricordata nella storia; invece, ha chiesto agli uomini di ricordare la sua morte. Affinché questa memoria non divenisse un racconto confuso da parte degli uomini, Egli stesso stabilì il modo preciso con cui lo si sarebbe ricordato.

Il memoriale fu istituito nella notte precedente la sua morte, nel corso di quella che, da allora in poi, sarebbe stata chiamata l’ultima cena. Prendendo il pane nelle sue mani, disse: «Questo è il mio Corpo, che sarà consegnato per voi», vale a dire, consegnato alla morte; quindi, sul calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che sarà versato per molti per la remissione dei peccati» (cfr. Lc 22,19; Mt 26,28). Pertanto, in un simbolo incruento della divisione del sangue dal corpo, attraverso la consacrazione separata del pane e del vino, Cristo si offrì alla morte in vista di Dio e degli uomini e prefigurò la sua stessa morte che sarebbe avvenuta alle tre del pomeriggio seguente. Egli stava offrendo sé stesso come vittima da immolare e, affinché gli uomini non dimenticassero mai che «nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), diede alla Chiesa il comando divino: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Il giorno seguente, dopo averlo prefigurato e predetto, lo portò a compimento, quando venne crocifisso tra due ladroni e il suo Sangue scorreva via dal suo Corpo per la redenzione del mondo. La Chiesa fondata da Cristo non solo ne ha preservato le parole e i miracoli, ma lo ha preso sul serio quando ha detto: «Fate questo in memoria di me». E quell’azione con cui ripresentiamo la sua morte sulla croce è il sacrificio della Messa, in cui compiamo come memoriale ciò che Egli stesso ha fatto nell’Ultima Cena prefigurando la sua passione.

Di conseguenza la Messa è il culmine della liturgia cristiana. Un pulpito da cui si ripetono le stesse parole di Nostro Signore non è in grado di unirci a Lui; un coro dai cui inni traspaiano i sentimenti più dolci, non è in grado di portarci più vicino alla croce che alle sue vesti. Tra i popoli primitivi non esisteva un tempio senza un altare del sacrificio e sarebbe assurdo tra i cristiani. Così, nella Chiesa cattolica, il centro del culto è l’altare, non il pulpito o il coro o l’organo, perché lì ha luogo nuovamente il memoriale della sua passione. Il suo valore non dipende da chi parla o da chi ascolta, ma solo da colui che è l’unico Sommo Sacerdote e Vittima, Gesù Cristo Nostro Signore. Veniamo uniti a Lui, nonostante il nostro nulla; in un certo senso, in quel momento perdiamo la nostra individualità, unendo il nostro intelletto, la nostra volontà, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo e il nostro sangue così intimamente a Cristo che il Padre celeste non vede tanto noi, con le nostre imperfezioni, ma vede noi in Lui, l’amato Figlio in cui si è compiaciuto.

La Messa, per questa ragione, è il più grande evento nella storia dell’umanità, l’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra, rinnovando quell’istante decisivo in cui la nostra triste e tragica umanità è andata incontro improvvisamente alla pienezza della vita soprannaturale.

A questo punto è essenziale assumere la giusta attitudine mentale verso la Messa e ricordare questo fatto decisivo: il sacrificio della croce non è qualcosa che è accaduto secoli fa. Accade ancora oggi. Non si tratta di un evento passato, come la firma della Dichiarazione di Indipendenza; è un dramma tuttora in corso, su cui non è ancora calato il sipario. Non crediamo che sia accaduto molto tempo fa e pertanto non ci riguardi più di qualsiasi altro evento passato. Il Calvario appartiene a ogni tempo e a ogni luogo. È per questo che, quando Nostro Signore è salito fino in cima al Calvario, opportunamente è stato spogliato delle sue vesti: voleva salvare il mondo senza lasciarsi racchiudere in un mondo passato. Le sue vesti appartenevano al tempo e lo avrebbero identificato stabilmente come un abitante della Galilea. Adesso che ne era privo e totalmente spogliato di ogni cosa terrena, non apparteneva alla Galilea, né a una provincia romana, ma al mondo. Divenne il povero universale del mondo, che non apparteneva a un solo popolo ma al mondo intero. Per esprimere ulteriormente l’universalità della redenzione, la croce fu eretta a un crocevia di civiltà, all’incrocio fra le tre grandi culture di Gerusalemme, Roma e Atene, in nome delle quali fu crocifisso.

La croce fu quindi piantata sotto gli occhi degli uomini, per attrarre i distratti, richiamare gli indifferenti, risvegliare i mondani. Era il solo fatto incontrovertibile a cui le culture e civiltà del suo tempo non potevano resistere. È anche l’unico fatto incontrovertibile del nostro tempo, a cui a nostra volta non possiamo resistere. I personaggi della croce simboleggiavano tutti i crocifissori. In loro eravamo rappresentati noi stessi. Ciò che noi ora facciamo al Corpo Mistico, lo stavano compiendo loro a nostro nome verso il Cristo storico. Se siamo invidiosi del bene, eravamo lì negli scribi e nei farisei. Se ci spaventa la perdita di qualche vantaggio temporale accogliendo la Verità e l’Amore di Dio, eravamo lì in Pilato. Se confidiamo nelle forze materiali, e cerchiamo di affermarci attraverso il mondo invece che attraverso lo spirito, eravamo lì in Erode. E così la storia procede per i singoli peccati del mondo, che ci rendono ciechi dinanzi al fatto che Lui è Dio. C’era pertanto una sorta di inevitabilità riguardo alla crocifissione. Uomini liberi di peccare erano altrettanto liberi di crocifiggere. Da quanto esiste il peccato nel mondo la crocifissione è una realtà. Come ha scritto la poetessa Rachel A. Taylor:

Ho visto passare il figlio dell’uomo Incoronato da una corona di spine «Non era tutto finito, Signore», gli dissi, «E tutta l’angoscia ormai sostenuta?». Egli volse a me il suo sguardo impressionante: «Non hai compreso? Ogni anima è un Calvario e ogni peccato un crocifisso»

Allora eravamo lì, durante quella crocifissione. Il dramma era già compiuto per quel che riguarda la visione di Cristo, ma non era ancora stato dispiegato davanti agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo. Se la bobina di un film, per esempio, avesse consapevolezza di sé, conoscerebbe il dramma dall’inizio alla fine, mentre gli spettatori al cinema ne sarebbero ignari fino alla fine della proiezione. Analogamente, Nostro Signore sulla croce vide nella sua mente eterna l’intero dramma della storia, la storia di ogni singola anima individuale e il modo in cui più tardi avrebbe reagito alla sua crocifissione; ma se Egli vide tutto, noi invece non possiamo sapere come reagiremo alla croce finché non saremo proiettati sullo schermo del tempo. Non eravamo consapevoli di essere presenti quel giorno sul Calvario, ma Egli era consapevole della nostra presenza. Oggi conosciamo il ruolo che interpretiamo sulla scena del Calvario, attraverso il modo in cui viviamo e operiamo ora sulla scena del mondo. Per questo il Calvario è attuale, per questo la croce ci mette in crisi, perché in un certo senso le cicatrici sono ancora aperte, perché il dolore è ancora divinizzato e perché il sangue che cade come stelle ancora si riversa sulle nostre anime. Non c’è via di scampo dalla croce, neanche negandola come hanno fatto i farisei; né vendendo Cristo, come Giuda; né crocifiggendolo, come i carnefici. Lo vediamo tutti, sia che la abbracciamo per la salvezza, sia che fuggiamo da essa verso la miseria.

Ma in che modo è resa visibile? Dove troveremo il Calvario perpetuato? Troveremo il Calvario rinnovato, ri-attuato, ri-presentato, come abbiamo visto, nella Messa. Il Calvario è una cosa sola con la Messa, e la Messa è una cosa sola con il Calvario, perché in entrambi c’è lo stesso Sacerdote e Vittima. Le Sette Ultime Parole sono come le sette parti della Messa. E proprio come le sette note della musica permettono un’infinita varietà di armonie e combinazioni, così anche sulla croce ci sono sette note divine che Cristo morente ha fatto risuonare nei secoli, ciascuna delle quali concorre a formare la meravigliosa armonia della redenzione del mondo. Ogni parola è una parte della Messa. La prima, «Perdonali», è il Confiteor; la seconda, «Oggi sarai con me in paradiso», è l’Offertorio; la terza, «Ecco tua Madre», è il Sanctus; la quarta, «Perché mi hai abbandonato?», è la Consacrazione; la quinta, «Ho sete», è la Comunione; la sesta, «È compiuto», è l’Ite missa est; la settima, «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è l’ultimo Vangelo.

Immagina, dunque, Cristo Sommo Sacerdote che lascia la sacrestia del Cielo per l’altare del Calvario. Ha già indossato i paramenti della nostra natura umana, il manipolo della nostra sofferenza, la stola del sacerdozio, la casula della croce. Il Calvario è la sua cattedrale; la roccia del Calvario è la pietra dell’altare; il sole che volge al rosso è la lampada del santuario; Maria e Giovanni sono gli altari laterali viventi; l’ostia è il suo Corpo; il vino è il suo Sangue. Egli è innalzato come Sacerdote, prostrato come Vittima. La sua Messa sta per iniziare.

(Fulton J. Sheen, dal prologo di “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

Per la recensione di questa nuova antologia pubblicata dalle edizioni Ares clicca qui: https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/05/21/un-nuovo-e-imperdibile-libro-di-fulton-sheen-signore-insegnaci-a-pregare/

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IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA:

“VIVERE LA MESSA” DI FULTON SHEEN È ORA DISPONIBILE, CON IL TITOLO ORIGINALE “IL CALVARIO E LA MESSA”, NELL’ANTOLOGIA “SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE”

Il libro “Vivere la messa” pubblicato dalla San Paolo nel 2012 ma ormai fuori catalogo, è ora disponibile nel volume appena pubblicato dalle edizioni Ares “Signore, insegnaci a pregare”. È stato inserito, in questa stupenda antologia, con il titolo originale dell’opera “Il Calvario e la Messa”: https://www.edizioniares.it/detail.asp?id_prod=916

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