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CIÒ CHE LA CHIESA È, LO È IL MONDO. NON È LA POLITICA A DECIDERE PER LA PACE O LA GUERRA…LA CONDIZIONE DELLA CHIESA È DECISIVA!

Ciò che siamo noi, lo è la Chiesa; ciò che la Chiesa è, lo è il mondo. Il mondo, con tutto ciò che contiene, è in sostanza una strada maestra sulla quale la Sposa, ossia la Chiesa, avanza incontro allo Sposo per le nozze celesti. Non è la politica, in fondo, a decidere della guerra o della pace. Decisiva è la condizione della Chiesa che vive nel mondo e lo fa lievitare.

Leggere l’Antico Testamento è riconoscere nella storia la mano del Signore che benedice o punisce le nazioni a seconda dei loro deserti.
Ciò che noi facciamo per santificarci, santifica il mondo. Quando il pastore è pigro, il gregge è affamato; quando dorme, esso è perduto; quando è corrotto, il gregge si ammala; quando è infedele, perde il discernimento. Se il pastore non è disposto a sacrificarsi per le sue pecore, arrivano i lupi e se le divorano.

Ogni mattina, noi Sacerdoti teniamo nelle nostre mani il Cristo, che versò il sangue delle sue vene, le lacrime dei suoi occhi, il sudore del suo corpo per santificarci. Il fuoco di questo amore dovrebbe avvampare in noi con tale ardore da renderci capaci di comunicarlo agli altri!

Mentre il Signore è nuovamente crocifisso nell’anima dei peccatori, soffriamo noi per il gregge errante? Ci scaldiamo accanto al fuoco parlando con le serve come fece Pietro? Adottiamo, con i nemici della Chiesa, una posizione intransigente, dimenticando che da un Saulo fu tratto un Paolo?

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

C’È UNA SOLA SOLUZIONE ALLA DIFFICOLTÀ CHE DEVONO AFFRONTARE TUTTI GLI SPOSI NEL MATRIMONIO

La difficoltà che tutti coloro che sono sposati devono sperimentare è il paradosso del matrimonio e del romanticismo, dell’inseguimento e della cattura. Ciascuna di queste condizioni ha le sue gioie, ma non sono in armonia tra loro. Il matrimonio pone fine al corteggiamento come la cattura pone fine all’inseguimento, ma il corteggiamento non presume il matrimonio. Come comporre allora questa contraddizione? C’è un modo solo affinché l’anima non ne esca bruciata o inaridita, ed è di considerare tanto il corteggiamento quanto il matrimonio come incompleti.

In realtà il corteggiamento era un desiderio, una ricerca dell’infinito, l’inseguimento di un amore estatico, eterno, senza fine, mentre il matrimonio è il possesso d’un amore finito e frammentario, per quanto possa avere momenti di dolcezza. Si cercava un giardino, e si è finito con il mangiare una mela. Si implorava una melodia, e non ne è venuta fuori che una sola nota. A questo punto il Cristianesimo ci ammonisce: non crediate che la vita sia una trappola o un’illusione; sarebbe tale se non esistesse l’Infinito per appagare i vostri sogni.

Piuttosto, il marito e la moglie dovrebbero dire: “Tutti e due vogliamo un Amore che non conosca morte, e che non abbia nemmeno un attimo di odio né di sazietà. Quell’amore esiste oltre noi stessi; facciamo quindi sì che il nostro reciproco attaccamento coniugale sia usato in modo tale da condurci a quell’amore perfetto e gioioso che è Dio”.

A questo punto l’amore cessa di essere una delusione e diventa un sacramento, un sentiero che certamente conserva la sua dimensione materiale e carnale, ma solo per condurre allo spirituale e al divino. Allora marito e moglie cominciano a scorgere che l’amore umano non è che una scintilla della Grande Fiamma dell’Eternità, e che quella felicità che deriva dall’unione di due esseri in una carne sola è soltanto il preludio a quella più completa comunione di due in uno spirito solo. È così che il matrimonio diventa il diapason a cui si accorda il canto degli angeli, o un fiume che corre al suo mare.

Soltanto allora la coppia di sposi si renderà conto che c’è una risposta all’ingannevole mistero dell’amore, che esiste, in qualche luogo, una riconciliazione fra la ricerca e la meta, e che questa sta nell’unione finale con Dio, per cui l’inseguimento e la cattura, la fase idilliaca e il matrimonio si fondono in una cosa sola. E poiché Dio è amore illimitato ed eterno, occorrerà un’indagine eterna ed estatica per scandagliarne le profondità. Solo allora si avranno in un medesimo ed eterno momento una ricettività illimitata e un dono senza fine. Così Eros ascende ad Agape, e ambedue conducono a quella massima rivelazione che mai sia stata offerta al mondo: “Deus Caritas est”, Dio è amore.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

SENZA IL DOLORE DEL PECCATO NON È CONCESSO IL PERDONO: “Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più”

Gli altri sacramenti richiedono che il soggetto abbia le disposizioni convenienti, ma queste non costituiscono la materia del sacramento. Nella penitenza, il dolore non è solo una condizione, bensì la materia stessa; poiché senza il dolore del peccato, non è concesso il perdono. Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più.

La parola contrizione è tratta da un termine latino che significa «macinare» o «polverizzare»; in senso ampio significa avere il cuore affranto. La contrizione è un dolore della mente, non uno sfogo emotivo o un rimorso psicologico. Il figliol prodigo è passato attraverso molti stadi emotivi di rimorso, specialmente quando nutriva i porci o realizzava quanto stessero meglio i servi in casa di suo padre. Ma il vero dolore non è arrivato fino a che non gli entrò nell’anima la risoluzione: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Lc 15, 18). Qualche volta si dice che tutto ciò che un cattolico deve fare è andare a confessarsi e ammettere i propri peccati, e tornerà bianco come la neve per poi tornare a commettere lo stesso peccato. Questa è una caricatura del sacramento, in cui non c’è volontà di emendarsi né dolore. I peccati di un tale penitente non sono perdonati.

Il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici. Una parte dell’atto di contrizione contiene questo proposito: «E io sono fermamente risoluto, con l’aiuto della tua grazia, a confessare i miei peccati, fare penitenza ed emendare la mia vita. Amen». Significa che qui e ora prendiamo la decisione di non peccare; decidiamo di prendere tutti i mezzi necessari per evitare il peccato in futuro, come la preghiera e la fuga dalle occasioni. L’assoluzione non sarà efficace se nel dolore non c’è anche questo elemento chiave, la volontà di emendarsi. Ciò non implica la certezza assoluta che nessuno peccherà ancora, perché questo sarebbe presunzione. Ci sono due modi per verificare la saldezza di un proposito: uno è riparare il peccato il più presto possibile; per esempio, se uno è colpevole di sarcasmo contro il prossimo, va a chiedergli perdono oppure, se ha rubato, restituisce il maltolto. Il secondo modo è evitare le occasioni di peccato, come cattive letture, cattive compagnie, gozzoviglie e ogni azione che in precedenza ci ha condotti al peccato.

Ci sono due tipi di contrizione: perfetta e imperfetta. Entrambe sono incluse nell’atto di contrizione che il penitente recita in confessionale: «E io detesto tutti i miei peccati perché temo la perdita del Cielo e le pene dell’inferno» (dolore imperfetto); «ma più di tutto perché essi offendono te, mio Dio, che sei infinitamente buono e degno di tutto il mio amore» (dolore perfetto). Due tipi di timore sono alla base della distinzione tra i due tipi di contrizione o dolore: uno è il timore servile, l’altro è il timore filiale. Un timore servile è la paura della punizione giustamente riservataci dal padrone cui abbiamo disobbedito. Il timore filiale è quello che un figlio devoto prova per l’amato padre; vale a dire il timore di offenderlo. Applicando ciò alla contrizione, il timore servile ci porta verso Dio mossi dalla paura del castigo per i peccati, cioè dell’inferno. Il timore filiale è la paura di essere separati da Dio, o di offendere colui che amiamo.

Immaginiamo due gemelli che hanno disobbedito alla madre esattamente nello stesso modo. Uno dei due corre dalla mamma e le dice: «Oh, mamma, mi dispiace di aver disobbedito. Adesso non posso andare al picnic, vero?». L’altro getta le braccia al collo della madre e piange: «Non ti offenderò più». Il primo ha una contrizione imperfetta, il secondo una contrizione perfetta. Quale genere di contrizione, perfetta o imperfetta, è sufficiente per la Confessione sacramentale? La contrizione imperfetta è sufficiente, benché a nostro avviso la maggior parte dei penitenti non prova dolore tanto per il castigo riservato da Dio ai loro peccati, ma un profondo dispiacere per aver crocifisso di nuovo Cristo nel proprio cuore. Supponiamo, tuttavia, che una persona sia in stato di peccato mortale e non possa andare a confessarsi; per esempio, un soldato cui viene ordinato di combattere. Il dolore imperfetto sarebbe sufficiente per il perdono dei peccati? No, ma la contrizione perfetta lo sarebbe, se egli fosse risoluto a confessarsi appena possibile.

L’atteggiamento consueto dei penitenti consiste nel fare un’equazione personale tra i propri peccati e la crocifissione. Ciascuno dovrebbe dire nel suo cuore, accostandosi al sacramento della confessione: «Se io fossi stato meno orgoglioso, la corona di spine sarebbe stata meno dolorosa. Se fossi stato meno avaro e avido, le sue mani sarebbero state trafitte meno dai chiodi. Se fossi stato meno sensuale, la sua carne non avrebbe penzolato da lui come un cencio rosso. Se non avessi vagabondato come una pecora smarrita, nel mio egoismo perverso, i suoi piedi sarebbero stati meno dilaniati dai chiodi. Non solo mi dispiace di aver violato una legge: sono addolorato per aver ferito colui che è morto d’amore per me».

Nostro Signore doveva morire sulla croce prima che si potesse cogliere l’abisso del peccato. Noi non vediamo l’orrore del peccato nei crimini presentati dalla stampa, né nelle grandi crisi della storia, né nelle violenze di massa dei persecutori. Noi vediamo cos’è il male solo quando vediamo la divinità inchiodata alla croce. Se qualcuno di noi dice nel suo cuore: «Io non sono così cattivo come quelli che lo hanno crocifisso», dimenticherebbe che non sono stati loro a crocifiggere Nostro Signore; è stato il peccato. Essi erano i nostri rappresentanti, i nostri ambasciatori, quel giorno alla corte di satana. Noi li abbiamo rafforzati con il diritto di crocifiggere. Uno sguardo al crocifisso, allora, è una duplice rivelazione! Rivelazione dell’orrore del peccato e dell’amore di Dio.

La peggior cosa che il peccato può provocare non è uccidere bambini o bombardare città nella guerra nucleare; la peggiore è crocifiggere l’Amore divino. E la cosa più bella che l’Amore ha potuto fare, al momento della crocifissione, è stato estendere fino a noi il perdono nella preghiera sacerdotale al suo Padre celeste: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 33). Nella contrizione perfetta veniamo terribilmente colpiti dalla resistenza infinita di Nostro Signore nel sopportare il peggio che il maligno poteva infliggere e, tuttavia, perdonare i propri nemici. Di certo egli non ci insegna a essere indifferenti al peccato, poiché ne ha preso su di sé tutte le conseguenze. Ha pagato per esso, ma d’altro canto la misericordia era insieme alla giustizia. Ha offerto il perdono nella speranza che ci saremmo pentiti per gratitudine verso di lui che ha espiato il debito causato dalla nostra colpa.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

SUPERBIA, LUSSURIA E AVARIZIA: “Le anime devote fanno penitenza per gli eccessi altrui, come se ne fossero colpevoli”

Nessun animale è curioso della clorofilla quando vede una pianta, né uno scoiattolo soffre di un complesso di ansie per la paura che tra dieci anni possa esserci scarsità di nocciole. Ma gli impulsi e le passioni dell’uomo sono soggetti alla sua volontà. Non essendo questi meccanicamente ordinati come mezzi di salvezza della sua anima, egli può usare male le sue passioni, renderle fini a se stesse, tentare di trovare l’assoluto nella loro relatività.

L’amor proprio, che è naturalmente sano, può degenerare in autoadorazione: “Io sono la mia legge, la mia verità, la mia regola. Nessuno può dirmi nulla. Quel che ritengo giusto è giusto; quel che ritengo male è male. Perciò sono Dio”. È questo il peccato di superbia, la degenerazione dell’amor proprio in egotismo. Questa indebita autoinflazione è una delle cause principali dell’infelicità: più un pallone sarà gonfio, più riuscirà facile bucarlo. L’egotista procede cauto, nel continuo pericolo che i suoi falsi idoli vengano abbattuti.

Anche l’istinto sessuale – che è naturalmente sano – può essere pervertito. Nei tempi della Roma pagana c’erano individui corrotti che banchettavano rimpinzandosi di cibo, solleticandosi la gola per vomitare e tornando poi a mangiare più di prima. Questo era ingiusto, perché, come insegnava loro la ragione, si mangia per vivere, e il piacere non deve essere separato dalla sua funzione. Allo stesso modo, quando i fuochi della vita vengono suscitati non per accendere nuove torce di vita ma per infiammare gli ardori della carne, qui c’è peccato di lussuria, ossia una perversione di cui gli animali non possono macchiarsi, incapaci come sono di disfunzionalizzare e di centralizzare artificialmente i loro istinti. Infine, il desiderio legittimo dell’autoespansione attraverso il possesso delle cose può degenerare in una sregolata passione di ricchezza, che non tenga in alcun conto né l’uso sociale del denaro né le necessità del prossimo. È questo il peccato di avarizia, per il quale non è l’uomo a possedere un patrimonio ma il patrimonio a possedere lui.

Poiché la volontà dell’uomo può corrompere le sane passioni, gli istinti, i desideri e le aspirazioni dell’uomo tramutandoli in superbia, lussuria e avarizia, la Chiesa impone la mortificazione: mediante la preghiera che umilia l’anima orgogliosa, il digiuno che frena gli impulsi violenti del corpo, e le elemosine che ci distaccano dall’amore sregolato delle cose. In un campo più elevato, la Chiesa permette ad alcune anime elette di prendere il voto di obbedienza per correggere il peccato di superbia, il voto di castità per redimere dalla lussuria, il voto di povertà per compensare l’avarizia. Questi voti si prendono non perché le gioie dello spirito, della carne o della proprietà siano ingiuste, ma perché alcuni membri della società ne abusano e li corrompono. Le anime devote fanno penitenza per gli eccessi altrui, come se ne fossero colpevoli. Così il giusto ordine del bene è conservato nell’universo di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)