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FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Fatti per l’eternità

MARIA È LA NOSTRA SPERANZA: “Alla fine il mio cuore immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, ed essa si convertirà, e al mondo verrà garantito un certo periodo di pace”

L’uomo occidentale si è liberato di Dio per farsi Dio; poi si è stancato della sua stessa divinizzazione. L’Oriente non può ancora comprendere l’amore incarnato di Gesù Cristo per l’eccessiva importanza che attribuisce agli spiriti maligni. L’Occidente non è preparato ad accettarlo perché paventa la penitenza, condizione etica del suo ritorno. Chi non ha mai conosciuto Cristo ha timore, ma chi lo ha conosciuto e lo ha perduto, ha paura. Siccome gli uomini non sono preparati a una rivelazione dell’immagine celeste dell’amore che è Gesù Cristo Nostro Signore, Dio, nella sua Misericordia, ha preparato sulla terra un’immagine d’amore che non è divina, ma che può condurre al divino. Ecco il compito di sua madre.

Lei può togliere il timore perché il suo piede ha schiacciato il serpente del male; può allontanare la paura perché è stata ai piedi della croce quando la colpa degli uomini fu cancellata e noi rinascemmo in Cristo. Come Cristo è il mediatore tra Dio e gli uomini, così Maria è Mediatrice tra Cristo e noi: lei è il principio terreno dell’amore che conduce al principio celeste dell’Amore. Il rapporto tra lei e Dio può paragonarsi al rapporto tra la terra e la pioggia: la pioggia cade dal cielo, ma la terra produce. La divinità proviene dal cielo, la natura umana del Figlio di Dio proviene da lei. Noi diciamo madre terra in quanto la terra dà la vita per mezzo del dono celeste del sole, perché allora non riconosciamo anche la Madonna del mondo, dal momento che lei ci dà la vita eterna di Dio? Coloro che mancano della fede vanno raccomandati in modo particolare a Maria, che è un mezzo per trovare Cristo, il Figlio di Dio. (…)

Dato che l’uomo trema di fronte alla natura senza Dio, l’unica speranza per il genere umano va ricercata nella natura stessa. È come se Dio nella sua misericordia facesse ancora sperare all’uomo, il quale ha distolto lo sguardo dai cieli, di trovare salvezza in quella stessa natura verso la quale ora abbassa gli occhi. C’è speranza, e per giunta una grande speranza. La speranza definitiva è in Dio, ma l’uomo è così lontano da Dio da non poter colmare immediatamente la distanza che lo separa da Lui. Lui deve partire dal mondo qual esso è. Il divino sembra molto lontano. Il ritorno a Dio deve aver principio dalla natura.

Ma c’è in tutta la natura qualcosa di non corrotto, qualcosa d’intatto, da cui possiamo iniziare la via del ritorno? C’è una cosa sola, quella che Wordsworth ha definita il nostro “incorrotto e solitario orgoglio naturale”. La speranza di cui parliamo è riposta nella Donna. Maria non è una dea, non è divina, non ha diritto all’adorazione. Ma così santa e buona è uscita dalla nostra natura fisica e cosmica, che quando Dio è venuto su questa terra l’ha scelta come Madre sua e come Signora del mondo. (…)

Il 13 ottobre 1917, credenti e miscredenti si prostrarono a terra durante il miracolo del sole, mentre la maggior parte di essi implorava da Dio misericordia e perdono. Quel sole roteante, che oscillava come una ruota gigantesca e si precipitava verso la terra come se avesse voluto incendiarla con i suoi raggi, può essere stato l’annuncio di uno spettacolo mondiale che indurrà milioni di persone a inginocchiarsi in un rinascere della fede. E come Maria si è rivelata in questo primo miracolo del sole, così possiamo aspettarci un’altra rivelazione del suo potere quando il mondo manifesterà di nuovo giorno dell’ira, il Dies Irae. La devozione alla Madonna di Fatima costituisce in realtà una petizione alla Donna perché salvi l’uomo dalla natura resa distruttrice dalla ribellione dell’intelletto umano.

In altri momenti della storia, lei è stata mediatrice tra suo figlio e l’uomo; ma ora è mediatrice tra suo figlio e la natura. Si impadronisce dell’originaria energia atomica che è nel sole e prova che sta a lei usarne per la pace. Maria non indipendentemente dall’uomo intende salvarlo dalla natura, così come non indipendentemente dal libero consenso di lei Dio intese salvare l’umanità dal peccato. L’uomo deve cooperare attraverso la penitenza. Alla Salette, la Madonna chiese penitenza; a Lourdes, tre volte Maria disse: “Penitenza, penitenza, penitenza”; a Fatima la stessa antifona penitenziale viene ripetuta tante e tante volte. L’atomo non distruggerà l’uomo se l’uomo non distruggerà se stesso. Un atomo in rivolta è soltanto un simbolo dell’uomo in rivolta. Ma nel pentimento l’umanità acquisterà una natura completamente controllata. Come la minacciata distruzione di Ninive, la minaccia di un’altra guerra mondiale è condizionale.

“Alla fine il mio cuore immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, ed essa si convertirà, e al mondo verrà garantito un certo periodo di pace”.

Penitenza, preghiera, sacrificio: queste le condizioni della pace, perché sono i mezzi per rigenerare l’uomo. Fatima getta una nuova luce sulla Russia, perché distingue tra la Russia e i soviet. Non è il popolo russo che bisogna vincere in guerra: il popolo russo ha già sofferto abbastanza fin dal 1917. È il comunismo che va schiacciato. Ciò è possibile soltanto attraverso una rivoluzione dall’interno. È bene ricordare che la Russia ha non una, ma due bombe atomiche. La sua seconda bomba è costituita dal cumulo di sofferenze del suo popolo sotto il giogo della schiavitù, e quando essa esploderà, esploderà con una forza mille volte superiore a quella prodotta dalla disgregazione di un atomo!

Anche noi, come la Russia, abbiamo bisogno di una rivoluzione. La nostra rivoluzione deve avvenire dentro i nostri cuori, ossia attraverso la rigenerazione delle nostre vite. Man mano che la nostra rivoluzione progredirà, in Russia la rivoluzione si svilupperà rapidamente.

O Maria, noi abbiamo bandito tuo figlio dalle nostre vite, dalle nostre assemblee, dalla nostra educazione e dalle nostre famiglie! Vieni con la luce del sole come simbolo del tuo potere! Guariscici dalle nostre guerre, dalla nostra tenebrosa inquietudine; raffredda le labbra del cannone infuocate dalla guerra! Distogli le nostre menti dall’atomo, e trai le nostre anime dal letame della natura! Facci rinascere in tuo figlio, noi, poveri uomini della terra ormai vecchi negli anni! “Avanza, o donna, nel tuo assalto all’onnipotenza!” Svergognaci tutti arruolandoci come tuoi guerrieri di pace e di amore!

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

PERCHÉ DIO SI È FATTO UOMO?L’incarnazione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: “La divinità si incarna, la maestà si sottomette, la libertà si lascia imprigionare, l’eternità si fa tempo”

-L’incarnazione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo-

L’amore di per sé tende a diffondersi, ma l’Amore divino è creatore: ha confidato i segreti della sua bontà al nulla, ed ecco la creazione. Ha fatto qualcosa a sua immagine e somiglianza, ed ecco l’uomo. L’amore dona in abbondanza ed ecco l’uomo elevato a figlio adottivo di Dio. L’amore deve sempre correre il rischio di non essere ricambiato, perché l’amore è libero. Il cuore umano ha rifiutato di ricambiare quell’amore nel solo modo in cui lo si può manifestare, vale a dire, con la confidenza e la fiducia nell’ora della prova. Allora l’uomo ha perso i doni divini, ha visto oscurarsi l’intelletto, la volontà indebolita e introdursi il primo peccato, quello originale, nel mondo, poiché in definitiva il peccato è un rifiuto dell’amore.

È stato il rifiuto di amare, da parte dell’uomo, ad aver causato i peggiori problemi nell’intera storia dell’umanità, in ultima analisi, il problema di restituire all’uomo la grazia dell’Amore di Dio. In breve, il problema era il seguente: l’uomo ha peccato, ma il suo peccato non era solo una mera ribellione contro un altro uomo, bensì una rivolta contro l’amore infinito di Dio. Pertanto, il suo peccato era infinito. Questo è un lato del problema, ma ecco l’altro lato: ogni infrazione o violazione di una legge richiede riparazione o espiazione. Dal momento che Dio è amore infinito, Egli poteva perdonare l’uomo e dimenticare l’oltraggio, ma il perdono senza riparazione avrebbe annientato la giustizia, contrariamente alla natura di Dio.

Senza porre alcun limite alla misericordia divina, si potrebbe meglio comprendere la sua azione se la sua misericordia fosse preceduta da una soddisfazione per i peccati, perché nessuno può essere misericordioso senza essere giusto. La misericordia è la sovrabbondanza della giustizia. Ma presupponendo che l’uomo debba soddisfare, potrebbe forse farlo in maniera adeguata per i propri peccati? No, perché sarebbe in grado di offrire una soddisfazione o riparazione o espiazione limitata. L’uomo che è finito, ha un debito infinito. Ma come è possibile a un uomo che è in debito di un milione pagare con un centesimo? Come può l’umano espiare di fronte al divino? Come possono riconciliarsi giustizia e misericordia?

Per soddisfare alla caduta dell’uomo, il finito e l’infinito, l’umano e il divino, Dio e l’uomo dovrebbero in qualche modo essere uniti insieme. Dio non sarebbe venuto a soffrire soltanto in quanto Dio, altrimenti non avrebbe avuto nulla in comune con l’uomo: il peccato non era di Dio, ma dell’uomo. Né l’uomo poteva soffrire o espiare da sé, perché i meriti della sua sofferenza sarebbero stati soltanto finiti. Per offrire una soddisfazione completa, si dovevano adempiere due condizioni: l’uomo doveva essere e agire da uomo per espiare; e al contempo doveva essere Dio perché le sue sofferenze avessero valore infinito.

Ma affinché il finito e l’infinito non agissero come due persone distinte, e dalle sofferenze dell’uomo risultasse un merito infinito, Dio e l’uomo dovevano in qualche modo diventare una cosa sola o, in altre parole, essere un Dio-Uomo. Per riconciliare giustizia e misericordia era necessaria un’incarnazione, vale a dire che Dio avrebbe assunto una natura umana in modo da essere vero Dio e vero uomo. Ci sarebbe stata una unione di Dio e dell’uomo, e questa unione si sarebbe realizzata nella nascita nel Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. L’amore tende a somigliare all’amato; desidera concretamente unirsi all’amato. Dio ha amato l’uomo senza meriti. Ha voluto unirsi a lui, ed ecco l’incarnazione. (…)

Generato senza una madre nel Cielo, nacque senza un padre sulla terra; Colui che ha creato sua madre, è nato da lei; Il creatore di ogni carne, è nato dalla carne. «L’uccello che ha costruito il nido è stato covato in esso». L’artefice del sole è sotto il sole stesso, Colui che ha plasmato la terra, è sulla terra, la Sapienza ineffabile è un neonato, Colui che ha riempito il mondo, giace in una mangiatoia.

Colui che governa le stelle viene allattato al seno, la gioia del Cielo piange, Dio si è fatto uomo, il Creatore si è fatto creatura. Il ricco diviene povero, la divinità si incarna, la maestà si sottomette, la libertà si lascia imprigionare, l’eternità si fa tempo, il padrone si fa servo, la verità diviene imputato, il Giudice è giudicato, la giustizia condannata, il Signore è flagellato, la potenza è legata da funi, il Re è coronato di spine, la salvezza viene ferita, la Vita muore.

«Il Verbo eterno è folle». Meraviglia delle meraviglie! Unione delle unioni! Tre misteriose unioni convergono in una: la divinità e l’umanità; la verginità e la fecondità; la fede e il cuore dell’uomo…

La Caduta è stata causata da tre elementi: in primo luogo, un uomo disobbediente, Adamo; in secondo luogo, una donna orgogliosa, Eva; in terzo luogo, un albero. Sono gli stessi elementi a consentire la riconciliazione e la redenzione dell’uomo. Per l’Adamo disobbediente, c’è il nuovo Adamo della stirpe umana, Cristo; per l’orgogliosa Eva, l’umile Maria; per l’albero, la Croce.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

NON POSSIAMO AVERE LA PAROLA “NATALE” SENZA GESÙ CRISTO!

Gesù Cristo è Dio in forma d’uomo. L’Eterno appare nel tempo. Il Verbo Eterno, dal quale sono state fatte tutte le cose del mondo, è ora respinto dal mondo che ha creato: “Non c’era posto nella locanda”. L’Uccello che ha costruito il nido dell’universo vi è covato: Colui che ha fatto sua madre, è nato da sua madre. Tutte le nazioni della terra sono fatte di un solo sangue, e ora il Figlio di Dio partecipa e assume quel sangue come nuovo capo dell’Umanità.
A Betlemme, il Cielo e la terra si incontrano: Dio e l’uomo si guardano in faccia. Una Madre per la prima volta nell’universo, mentre tiene il Bambino tra le braccia, guarda “giù” verso il Cielo.

Poiché nulla di più grande di questo accadrà mai nel mondo, la pace del mondo è condizionata dal fatto che questo grande atto si ripeta, in misura ridotta, in ciascuno di noi. Come Dio ha preso su di sé una natura umana attraverso il libero consenso di una donna, così ci chiede, attraverso il nostro libero consenso, di dargli la nostra natura, come ha fatto Maria. Allora Cristo comincia a governare la nostra mente: allora assumiamo la mente di Cristo, l’amore di Cristo, lo Spirito di Cristo.

Non in molti sono disposti a fare questo. “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”. Ecco perché ci sono cartoline di Natale con slitte e uomini grassi. Ma ci saranno sempre alcuni che vedranno e capiranno il significato, e a tutti coloro che Lo hanno ricevuto “Egli ha dato loro il potere di diventare figli di Dio”. Non possiamo avere la parola Natale senza Cristo: così non possiamo nemmeno essere felici interiormente senza di Lui.

(Fulton J. Sheen)

ALCUNE PREZIOSE MEDITAZIONI DI FULTON SHEEN PER L’AVVENTO E IL NATALE

NON POSSIAMO AVERE LA PAROLA “NATALE” SENZA GESÙ CRISTO

Gesù Cristo è Dio in forma d’uomo. L’Eterno appare nel tempo. Il Verbo Eterno, dal quale sono state fatte tutte le cose del mondo, è ora respinto dal mondo che ha creato: “Non c’era posto nella locanda”. L’Uccello che ha costruito il nido dell’universo vi è covato: Colui che ha fatto sua madre, è nato da sua madre. Tutte le nazioni della terra sono fatte di un solo sangue, e ora il Figlio di Dio partecipa e assume quel sangue come nuovo capo dell’Umanità.
A Betlemme, il Cielo e la terra si incontrano: Dio e l’uomo si guardano in faccia. Una Madre per la prima volta nell’universo, mentre tiene il Bambino tra le braccia, guarda “giù” verso il Cielo.

Poiché nulla di più grande di questo accadrà mai nel mondo, la pace del mondo è condizionata dal fatto che questo grande atto si ripeta, in misura ridotta, in ciascuno di noi. Come Dio ha preso su di sé una natura umana attraverso il libero consenso di una donna, così ci chiede, attraverso il nostro libero consenso, di dargli la nostra natura, come ha fatto Maria. Allora Cristo comincia a governare la nostra mente: allora assumiamo la mente di Cristo, l’amore di Cristo, lo Spirito di Cristo.

Non in molti sono disposti a fare questo. “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”. Ecco perché ci sono cartoline di Natale con slitte e uomini grassi. Ma ci saranno sempre alcuni che vedranno e capiranno il significato, e a tutti coloro che Lo hanno ricevuto “Egli ha dato loro il potere di diventare figli di Dio”. Non possiamo avere la parola Natale senza Cristo: così non possiamo nemmeno essere felici interiormente senza di Lui.

(Fulton J. Sheen)

Ci sono due nascite del Cristo: una avvenne a Betlemme e fu nel mondo; l’altra è nell’anima, allorquando essa rinasce spiritualmente. Gli uomini tendono a pensare molto di più al passato che al futuro e per questo celebrano il Natale di Gesù ogni anno; tuttavia, la Betlemme spirituale non è di certo meno importante…

L’Apostolo Paolo insisteva proprio sull’importanza della seconda nascita quando, in catene, scrivendo alla sua tanto amata comunità di Efeso, chiedeva che il Cristo abitasse per la Fede nei loro cuori e che essi, radicati e fondati nella Carità, potessero conoscere l’Amore di Gesù. È proprio questa la seconda Betlemme, ovvero l’intima amicizia di ogni cuore con il Signore Gesù Cristo!

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Se il Natale fosse solo il compleanno di un grande insegnante, come Socrate o Budda, non avrebbe mai diviso il tempo in due, in modo che tutta la storia prima dell’avvento di Cristo sia chiamata AVANTI CRISTO e tutta la storia dopo, DOPO CRISTO

(Fulton J. Sheen)

L’INVASIONE DIVINA

Nessuna mente può creare la propria salvezza, né altre menti angosciate possono risolvere la nostra angoscia. La salvezza verrà se e quando faremo breccia nel cerchio del nostro egotismo, consentendo alla Grazia di Dio di penetrare nella nostra anima. Questo è quanto l’Incarnazione ci ha concesso: la possibilità di un’Invasione Divina. L’Incarnazione di Nostro Signore divise il tempo in due. E, come Egli entrò nel tempo per collegarlo all’Eternità in Betlemme, così, quale “Segugio del Cielo”, Egli penetra ora i «tortuosi labirinti» del nostro spirito per portarlo alla Sua Verità, alla Sua Vita, al Suo Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Lift Up Your Heart”)

Dio cammina nella tua anima con passo silenzioso. Dio viene a te più sovente di quanto tu faccia con Lui. Non pretendere mai che la Sua Venuta sia come tu l’aspetti, perciò non provarne alcuna delusione.

Per rispondere al Suo Tenero Invito la cosa migliore che puoi fare, la cosa più grande, è che tu faccia appello alla tua capacità di porti libero davanti a Lui, libero dalle tue idee, dai tuoi pensieri, libero dalle tue preoccupazioni, dalle tue abitudini e libero anche dai tuoi peccati.

L’atteggiamento da assumere per poter accogliere il Dio che viene a stare con te, l’Emmanuele (Dio con noi), è quello del piccolo Samuele: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (Sam 1, 3-10)

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Il Messaggio del Natale non dice che la pace giungerà come un evento automatico per il semplice fatto che Gesù è nato in Betlemme. Quel Natale è stato il preludio di una nuova nascita, quella di Gesù nei nostri cuori per mezzo della Grazia, della Fede e dell’Amore.

La pace appartiene soltanto a coloro che la desiderano fattivamente. Se oggi non vi è pace nel mondo non è certo perché Gesù non sia venuto tra di noi, ma perché noi non abbiamo fatto di Gesù il centro della vita umana.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Ogni madre, quando abbraccia una nuova vita nata da lei, alza gli occhi al cielo per ringraziare Dio del dono che ancora una volta ha reso giovane il mondo. Ma c’è una madre, la Madonna, che non alzò lo sguardo. Maria guardò in basso, verso Gesù Bambino, perché il Paradiso era tra le sue braccia.

(Fulton J. Sheen)

Non appena rinuncio allo sfolgorio delle cose inutili, soltanto allora mi accorgo di essere entrato nel mistero dell’amore. Scopro pure che non amo nessuno finchè non trovo qualcosa di buono in lui, o che, in un modo o nell’altro, il mio interlocutore è amabile.

Scopro anche che Dio non mi ha mai amato perchè io sono amabile, ma che lo sono diventato perchè Dio si è degnato di riversare su di me la sua bontà, la sua misericordia, il suo amore.

Sarebbe utile che io imparassi ad essere altrettanto generoso col mio prossimo; e se non riesco a trovarlo amabile, non mi rimane altro che renderlo tale, riversandovi l’amore allo stesso modo col quale Dio ha fatto con me: soltanto allora riuscirò a provocare la risposta dell’amore.

Solo a quel punto la mia personalità guarisce e faccio la grande scoperta che nessuno è felice finchè non ama sia Dio sia il prossimo.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

O Signore e Dio Eterno,

Tu che sei disceso su questa terra come il più grande di tutti i doni, aiutami a raggiungere la purezza di cuore, perché io possa sempre più crescere nell’intimità con Te e con Maria, Tua Madre.

Fa’ che questo tempo di Avvento mi ricordi che siamo persone con la vocazione di generare il Cristo nel silenzio dei nostri cuori, proprio come fece Maria per suo Figlio, nella rigida quiete della grotta di Betlemme.

Amen.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

La tua vita è fatta di obblighi attivi e di circostanze passive: i primi sono sotto il tuo controllo, perciò portali a compimento nel nome di Dio. Non è così per le seconde, quindi affidale a Dio.

Impara a contare soltanto sul presente; dunque, lascia che sia la Giustizia di Dio ad occuparsi del passato, e la Provvidenza a vigilare sul futuro.

La perfezione non consiste nel conoscere il progetto di Dio, ma nel sottomettersi a quel piano così come si manifesta in ogni circostanza della vita.

Vi è una tangibile scorciatoia che porta alla santità, quella che Maria scelse in occasione della sua visita a Elisabetta e che Gesù fece sua nell’Orto degli Ulivi: il totale abbandono alla Volontà di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Gesù, Luce Divina e Vera Luce del mondo,

la Tua Grazia mi aiuti a brillare in mezzo alla gente e fa’ che tutti gli uomini della terra brillino di Amore e Carità come le stelle.

Non importa se per brillare dovrò immolarmi o consumarmi.

Dammi solo la forza di poterlo fare con serenità, cosciente che solo morendo il seme dà la spiga.

Fammi capire che sarò luce solo se unito a Te, Luce del mondo.

Amen.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Una notte si levò nella quiete di una brezza serale, sulle bianche colline di Betlemme, un grido…un grido dolce e gentile.

Il mare non udì il grido, perché il mare era pieno della sua stessa voce. La terra non udì il grido, perché la terra dormiva. I grandi uomini della terra non udirono il grido, poiché non potevano capire come un Bambino potesse essere più grande di un uomo.

C’erano solo due classi di uomini che udirono il grido quella notte: i Pastori e i Re Magi. I Pastori: coloro che sanno di non sapere nulla. I Re Magi: coloro che sanno di non sapere tutto.

I Pastori hanno trovato il loro Pastore, e i Re Magi hanno scoperto la Sapienza. E il Pastore e la Sapienza erano un Bambino in una mangiatoia.

(Fulton J. Sheen)

Maria è stata il primo tabernacolo che ha portato Cristo in sé ed ha dato alla luce Colui che avrebbe detto “Io sono il Pane Vivo disceso dal Cielo”.

Per diventare nostro cibo e nostra bevanda, Gesù doveva diventare carne e sangue, ed è stata la Nostra Benedetta Madre a provvedere a questo per Lui.

(Fulton J. Sheen)

Una notte di 2000 anni fa, in una grotta di Betlemme, il Grido del Cuore di Dio risuonò perentorio nella Voce di un Bambino. E quando quel Bambino crebbe in Grazia e Sapienza, si mise a predicare agli uomini una nuova dottrina: la Dottrina del Divino senso dell’ironia.

Ogni cosa che disse e che fece si può riassumere in queste parole:

“Nel mondo, nulla può essere preso seriamente.. nulla! Eccetto la salvezza di un’anima!”.

Coloro che hanno capito e mettono in pratica quel senso dell’umorismo sono senza dubbio i santi: i cristiani ai quali ogni cosa parla dell’esperienza dell’Amore di Dio. Un Santo può essere definito come colui che ha un Divino senso dell’ironia, dal momento che egli non cade nella trappola di pensare a questo mondo come alla dimora definitiva dell’umanità.

Ha scoperto che Gesù ci ha mostrato tutto quello che poteva esserci di amabile e di splendido nel Suo carattere: tutto, eccetto una cosa. Egli ci ha mostrato la Forza e la Potenza; la Saggezza e le Lacrime; ma una sola cosa ha trattenuto per il Paradiso, che farà del Paradiso il Paradiso, e quella cosa è il Suo Sorriso!

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Tutto l’amore tende a diventare come ciò che ama. Dio amava l’uomo; perciò divenne uomo. La gioia di Maria era quella di formare Cristo nel suo stesso corpo; la sua gioia ora è quella di formare Cristo nelle nostre anime. In questo mistero, preghiamo di rimanere gravidi dello Spirito di Cristo, dandoGli nuove labbra con le quali parlare di Suo Padre, nuove mani con le quali nutrire i poveri e un nuovo cuore con cui possa amare tutti, anche i nemici .

(Fulton J. Sheen)

In un tempo preordinato da Dio, il Verbo si è fatto carne, apparendo sotto forma di Bambino e crescendo fino alla Sua piena statura di uomo. La Sua venuta nel mondo non è stata come come quella di un turista in una città sconosciuta, ma piuttosto come quella di un artista che visita il proprio studio, o di un autore che impagina i libri che lui stesso ha scritto, perché incarnandosi, il Verbo Divino, si è tabernacolato nella Sua stessa creazione. La Sua natura umana non ha in alcun modo limitato la Sua Sapienza Divina, ma gli ha dato un nuovo modo di comunicarla agli uomini, e un modo del tutto conforme alla natura dell’uomo. Attraverso una lingua umana come la loro che parlava il loro dialetto, gli uomini Lo sentirono dire: “Io sono la Luce del Mondo”; videro le Sue labbra muoversi; videro le Sue dita indicare un campo di mietitura per ricordare loro la messe che li attendeva, come Egli aveva comandato: “Andate e insegnate a tutte le nazioni”.

(Fulton J. Sheen, da “The Mystical Body of Christ”)

LA LEZIONE DELL’ALBERGO E LA STALLA: “Il Divino è sempre dove meno ti aspetti di trovarlo”

Un paradosso davvero sorprendente: Quando Dio venne sulla terra non c’era posto nell’albergo, ma ci fu posto nella stalla. Quale lezione si nasconde dietro l’albergo e la stalla? Che cos’è l’albergo, se non il luogo di ritrovo dell’opinione pubblica, la sede degli umori del mondo, la residenza degli uomini mondani, il luogo di raduno della gente alla moda e di coloro che contano nella gestione degli affari e della vita pubblica? Che cos’è la stalla se non il luogo degli emarginati, il rifugio per le bestie, il riparo dei miserabili, quindi il simbolo di coloro che agli occhi dell’opinione pubblica non contano nulla e dunque possono essere ignorati perché considerati di nessun grande valore o importanza? Qualunque uomo di mondo avrebbe pensato di trovare il Divino in un albergo, ma nessuno di trovarlo in una stalla. “Il Divino, perciò, è sempre dove meno ti aspetti di trovarlo”.

Se in quei giorni le stelle del cielo, per un tocco di magia, si fossero unite insieme formando parole d’argento, e avessero annunciato la nascita dell’Atteso delle Nazioni, dove sarebbe andato il mondo a cercarlo? Il mondo avrebbe ricercato il Bambino in qualche palazzo affacciato sul Tevere, in qualche dimora dorata di Atene, o in qualche albergo di una grande città dove si riunivano i ricchi, i potenti ed i grandi della terra. Non sarebbero stati minimamente sorpresi di trovare il neonato –il Re dei re- disteso in una culla d’oro, circondato da principi e filosofi che gli rendevano omaggio e obbedienza.

Ma sarebbero stati assai sorpresi di scoprirlo in una mangiatoia, adagiato sulla ruvida paglia e riscaldato dal fiato di un bue e un asinello, come per espiare la freddezza del cuore degli uomini. Nessuno si sarebbe immaginato che Colui, le cui dita possono fermare il moto di un pianeta, sarebbe stato più piccolo della testa di un bue; che Colui, il quale ha scagliato il sole nei cieli, sarebbe stato un giorno riscaldato dal fiato delle bestie; che Colui, che può farsi una tettoia con le stelle del cielo, sarebbe stato protetto da un cielo tempestoso con il tetto di una stalla; che Colui che aveva fatto della terra la Sua futura dimora sarebbe stato senzatetto a casa propria. Nessuno si sarebbe aspettato di trovare il Divino in questa condizione; ma è così, perché: “Il Divino è sempre dove meno ti aspetti di trovarlo”.

(Fulton J. Sheen, da “The moral universe”)

Vedere anche questi post qui sotto con delle bellissime meditazioni di Fulton sul periodo dell’avvento e del Natale:

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA: “Maria, che è la Madre dell’Eucaristia, sfugge alla decomposizione della morte…Per sua natura, l’Amore è un’Ascensione in Cristo e un’Assunzione in Maria”

Nel 1854 la Chiesa ha parlato dell’anima nell’Immacolata Concezione. Nel 1950 tratta del corpo: il Corpo Mistico, l’Eucarestia, l’Assunzione. Con abili tocchi dogmatici, la Chiesa va ripetendo a una nuova età pagana la verità espressa da Paolo: “I vostri corpi sono del Signore”. Non c’è nulla nel corpo che possa dare origine alla disperazione. L’uomo è connesso col nulla, come insegnano i filosofi del decadentismo, ma solo nella sua origine, non nel suo destino. Questi filosofi considerano il nulla la fine; la Chiesa lo considera l’inizio, perché l’uomo fu creato ex nihilo.

L’uomo moderno si volge al nulla attraverso la disperazione; il cristiano conosce il nulla soltanto attraverso l’autonegazione, che è umiltà. Quanto più il pagano “annulla” se stesso, tanto più si avvicina all’inferno della disperazione e al suicidio. Quanto più il cristiano “annulla” se stesso, tanto più si avvicina a Dio. Maria discese così profondamente nel nulla, che venne esaltata. “Respexit humilitatem ancillae suae”. E la sua esaltazione fu anche la sua Assunzione. (…)

Da un punto di vista filosofico, la Dottrina dell’Assunzione combatte la filosofia di Eros-Thanatos traendo l’umanità dalle tenebre del sesso e della morte alla luce dell’Amore e della Vita.

L’Assunzione non afferma il Sesso, ma l’Amore. San Tommaso d’Aquino, nella sua indagine sugli effetti dell’Amore, menziona l’estasi come uno di questi. Nell’estasi “si è sollevati fuori dal proprio corpo”.

Il fenomeno Spirituale della levitazione è dovuto a un così intenso Amore di Dio che i Santi vengono letteralmente sollevati da terra. L’ Amore, come il fuoco, brucia, perché è fondamentalmente desiderio. Cerca di unirsi sempre di più all’oggetto amato.

La nostra esperienza sensibile ci ha resi edotti della legge di gravitazione terrestre che attira verso la terra i corpi materiali. Ma oltre alla legge di gravitazione terrestre, vi è una legge di gravitazione Spirituale, che aumenta man mano che ci avviciniamo a Dio. Questa attrazione esercitata sui nostri cuori dallo Spirito di Dio è sempre presente, e solo le nostre volontà ribelli e la debolezza dei nostri corpi, conseguenza del peccato, ci tengono avvinti alla terra. Certe anime diventano insofferenti della restrizione del corpo; San Paolo chiede di essere liberato dalla prigione del corpo.

Se Dio esercita una forza di attrazione su tutte le anime, dato l’intenso Amore discendente di Nostro Signore Gesù per Maria, la Sua Madre Benedetta, e dato l’intenso Amore ascendente di Maria per il Suo Signore, si può ben sospettare che a questo stadio l’Amore fosse tanto grande da “trarre a sé il corpo”.

Data poi l’immunità dal peccato originale, nel Corpo della Madonna non c’era la dicotomia, né la tensione, né l’opposizione che esiste in noi tra anima e corpo. Se la luna, pur così distante, produce tutte le alte maree del nostro mondo, allora l’Amore di Maria per Gesù e quello di Gesù per Maria ben possono aver prodotto un’estasi tale da “sollevarla al di sopra di questo mondo”.

Per sua natura, l’Amore è un’Ascensione in Cristo e un’Assunzione in Maria (…)

Una cosa è certa: è facile credere nell’Assunzione se si ama profondamente Dio, ma è difficile credervi se non Lo si ama (…)

L’Assunzione non è l’uccisione di Eros, ma la trasfigurazione di Eros per mezzo di Agape. Essa non sta a dire che l’amore del corpo è da condannare, ma afferma anzi che esso può essere così giusto, quando tende verso Dio, da accrescere la bellezza stessa del corpo (…)

Con un tratto della sua infallibile penna dogmatica, la Chiesa libera la santità dell’amore dai vincoli del sesso, senza negare il compito del corpo nell’amore. Qui è un corpo solo che riflette nelle sue innumerevoli tinte l’Amore creativo di Dio.

A un mondo che adora il corpo, la Chiesa ora dice:

“Vi sono due corpi in Cielo: uno è la natura umana glorificata di Gesù, l’altro la natura umana assunta di Maria. L’ Amore è il segreto dell’Ascensione dell’uno e dell’Assunzione dell’altra, perché l’Amore brama l’unione con l’Amato. Il Figlio ritorna al Padre nell’unità della Natura Divina; e Maria ritorna a Gesù nell’unità della natura umana. Il volo nuziale di lei è l’evento verso cui muove tutta la nostra generazione” (…)

“Maria, che è la Madre dell’Eucaristia, sfugge alla decomposizione della morte”

Attraverso le porte di Maria l’eternità si fece giovane e ci apparve nelle sembianze di un Bambino; attraverso lei, come attraverso un altro Mosè, non già le Tavole della Legge, ma il Logos venne dato e scritto sul cuore stesso di lei; attraverso lei, non già una manna, che gli uomini mangiano e di cui muoiono, ma l’Eucarestia discende, che agli uomini che la mangiano impedisce di morire.

Ma se coloro che si comunicano col Pane della Vita non moriranno mai, che cosa diremo allora di colei che fu il primo ciborio vivente di questa Eucarestia, e che nel giorno di Natale la offrì sulla sacra mensa di Betlemme per dire ai Magi e ai pastori: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo?”.

Lei, il giardino in cui sono cresciuti il giglio dell’innocenza divina e la rosa rossa della passione della redenzione, potrebbe mai essere abbandonata alle erbacce e trascurata dal Giardiniere del Cielo? Una sola Comunione conservata in stato di grazia nel corso della vita non può forse assicurare l’immortalità? E allora lei, nel cui seno vennero celebrate le nozze dell’eternità col tempo, non partecipa forse più dell’eternità che del tempo? Perché portò Lui per nove mesi in seno, si realizzò in lei, sia pure in maniera diversa, la legge della vita: “Saranno due in una carne sola”.

A nessun adulto farebbe piacere che la casa nella quale è cresciuto, anche se ora non abitasse più nessuno in essa, fosse soggetta alla distruzione violenta di una bomba e l’Onnipotente che dimorò in Maria non consentirebbe che la sua casa di carne fosse soggetta alla dissoluzione della tomba. Se gli adulti quando raggiungono la pienezza della vita amano ritornare alla casa nella quale sono nati, e diventano sempre più consapevoli di ciò di cui sono debitori alle proprie madri, allora perché mai la Vita Divina non sarebbe dovuta tornare indietro per cercare la sua culla vivente e portarsi in cielo quel “paradiso cinto di carne” in modo che potesse venire coltivato dal nuovo Adamo?

In questa dottrina dell’Assunzione, la Chiesa affronta in un’altra maniera ancora la disperazione del mondo affermando la bellezza della vita contro la morte. Quando guerre, sesso e peccato moltiplicano le discordie tra gli uomini, e la morte sta da ogni parte in agguato, la Chiesa c’invita a innalzare i nostri pensieri al livello di quella vita che è nutrita dalla immortalità della Vita. Feuerbach disse che l’uomo è ciò che mangia. Aveva più ragione di quanto lui stesso presumesse. Mangiate il cibo della terra, e morirete; mangiate l’Eucarestia, e vivrete in eterno. Maria, che è la Madre dell’Eucarestia, sfugge alla decomposizione della morte.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

“MA LIBERACI DAL MALE”: NON C’È LIBERAZIONE DAL MALE, SE NON IN CIELO…QUI DOBBIAMO LOTTARE PERCHÉ LA VITA È UNA PROVA!

Ma liberaci dal male: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46)

Non c’è liberazione dal male, se non in Cielo. È il motivo per cui la richiesta conclusiva del Padre nostro, che implora la liberazione dal male, va in parallelo con le ultime parole di Nostro Signore sulla croce, che affida la sua anima alle mani del Padre celeste. Nel mondo c’è il male, e finché vi rimaniamo dobbiamo lottare contro di esso. Dio poteva creare un mondo differente, in cui le nostre virtù sarebbero fiorite con la stessa naturalezza per cui il sole sorge, il fuoco brucia e il ferro è duro.

Ma che merito ne avremmo avuto? L’intera vita è una prova. Posso essere un eroe agli occhi di Dio, solo perché avrei potuto essere un vigliacco; posso essere un patriota del regno di Dio, solo perché avrei potuto essere un traditore; posso essere un santo, solo perché avrei potuto essere un diavolo. Non c’è epica nelle sicurezze della vita; nessuna corona di merito si posa su coloro che non hanno combattuto; nessun’aureola se non per coloro che hanno ricominciato e insistito.

Gli occhi di Cristo ora guardano giù verso le ultime gocce di sangue che si posano con riluttanza sulle pietre, che si aprono come bocche affamate. C’è sempre una potenza inusuale negli occhi del morente, ancora capaci di seguire coloro che amano, mentre gli altri sensi sono già muti e morti. I suoi occhi ora si fissano laddove si posavano quando nacque: sulla sua tenera, amata Madre. Ella sentiva gli occhi di lui fissarsi su di sé: lo sguardo levato, gli occhi chiusi, la testa ciondolante, il cuore spezzato in un rapimento d’amore, e Maria stava lì sotto la croce, una Madre orfana del figlio, privata di Dio.

Dormi, mondo stanco! Il tuo Dio è morto. Dormite, creature! Avete la creazione per voi stesse, ora. Dormi, Gerusalemme! Hai ucciso il profeta che avrebbe fatto di te una città celeste. Dormite, peccatori! Il cuore che vi ha colmato di rimorsi è trafitto da una lancia. Dormite, voi tutti che odiate, perché le ali dell’amore sono spezzate. Dormite, atei, avete ucciso il vostro Dio. Dormite il vostro falso sonno, ne siete capaci più della natura, che si sveglia e sussulta al vostro crimine. Dormite per questi brevi istanti, ma ricordate, un giorno vi sveglierete e i vostri occhi si apriranno su una visione: la visione dell’Amore inchiodato a una croce.

Gettatevi ai piedi della croce, ed estasiati nel riconoscere Dio come vostro Padre, elevate la preghiera della salvezza: «Padre nostro, che sei nei cieli, come tuo Figlio, nelle tue mani consegno il mio spirito».

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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LA DIPENDENZA AMOROSA TRA IL SACRO CUORE DI CRISTO E IL CUORE IMMACOLATO DI MARIA: “Maria fu l’incudine su cui lo Spirito Santo, tra le fiamme dell’amore, forgiò l’umana natura con cui doveva identificarsi Cristo, il Verbo di Dio.”

Attraverso tutta la vita di Cristo troviamo una dipendenza amorosa del Sacro Cuore dal Cuore Immacolato di Maria. Difatti, il sangue che scorreva nelle Sue vene era quello di Lei, il Suo Corpo, che più tardi venne sacrificato in espiazione del peccato, era il Corpo che aveva ricevuto da Lei. I fuochi divini che accesero la terra albergarono dapprima nel cuore di Lei, e le acque della vita eterna offerte agli assetati, scaturirono da Lei come da una fontana. Questo amore che il Sacro Cuore nutrì per Sua Madre fu ricambiato dall’amore della Madre per il Figlio.

La vita di Gesù ci parla e ci dice:

“Ho dato me stesso a mia madre. Il mio corpo fu formato da lei, la mia volontà fu soggetta alla sua, i miei miracoli ebbero inizio per tramite suo, la mia crocifissione fu annunciata per mezzo suo e la mia redenzione fu perfezionata da lei ai piedi della Croce. A differenza degli altri uomini, non la lasciai per fondare una famiglia poiché, come dissi a mia madre, ci sono altri vincoli oltre a quelli della carne: ‘Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre’ (Mt 12,50). La mia famiglia, la famiglia di tutti coloro che vivono del mio Spirito, cominciò con lei. Io fui il primo nato dalla carne, e Giovanni fu il secondo nato dallo spirito ai piedi della Croce. Perciò nessuno può essere figlio adottivo del mio Padre Celeste senza essere, allo stesso tempo, mio fratello. Ma nessuno può essere mio fratello se non dipende da mia madre. A ciascuno di voi dall’alto della Croce io dissi: ‘Questa è tua madre!’ E se cristiano significa essere un altro Cristo, voi dovete quindi essere formati come Lo fui Io. Io chiedo che lei sia vostra madre, non che voi vi riposiate in lei, poiché nessuna creatura può essere il fine di una creatura. Tuttavia, la sua missione è di trasformarvi in Me, così da assumere la mia mente, pensare con i miei pensieri, desiderare la mia volontà, e vivere secondo la mia vita. Ma come potrete imitarmi se non per mezzo di lei che è rivestita di me come il sole? Sarebbe più facile separare la luce dal sole e il calore dal fuoco, che non separare la fedeltà a Me dalla devozione per mia madre. Io sono giunto a voi per mezzo suo, e per mezzo suo voi giungete a Me. Quindi: ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non lo divida!”. (…)

Il Sacro Cuore diede un esempio ai bambini permettendo alla sua Vita Incarnata di essere formata dal Cuore Immacolato di sua Madre. Nessun altro essere al mondo contribuì alla cura umana del suo Sacro Cuore. Maria fu l’incudine su cui lo Spirito Santo, tra le fiamme dell’amore, forgiò l’umana natura con cui doveva identificarsi Cristo, il Verbo di Dio. Questi fu alimentato dal corpo e dal sangue di lei, come una umana eucaristia, per la vita del mondo. Quale vigna per il suo vino, quale grano per il suo pane! Maria di Nazareth, l’Immacolata, fu eletta da Dio per fornire la materia per quella Divina Eucaristia che, se l’uomo se ne nutre, lo condurrà alla vita eterna.

Mentre parenti e amici si affollavano intorno al Maestro per ricercare le somiglianze, trovarono che queste erano duplici: assomigliava anzitutto al suo Padre Celeste, essendo effettivamente “lo splendore della Sua Gloria, e l’immagine della Sua Sostanza”, ma assomigliava anche a Sua madre, perché, capovolgendo l’ordine dell’Eden, ora è l’uomo a procedere da una donna, e non la donna dall’uomo. Davvero la Madre contemplando il Bambino fra le sue braccia può dire: “Questa volta Lui è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa”.

Tanto era sottomesso alle sue cure, che la porta sbattuta sul viso di lei a Betlemme sbatté anche sul viso di Lui. Come non ci fu posto per lei nella locanda, così non ci fu posto neanche per Lui. Come lei fu il ciborio prima che Lui nascesse, allo stesso modo fu anche il suo ostensorio dopo Betlemme. A lei toccò la grazia di esporre, nella cappella di una stalla, “il Santissimo Sacramento”, il corpo, il sangue e la divinità di Gesù Cristo.

Lei lo pose sul trono della mangiatoia per esporlo all’adorazione dei Re Magi e dei pastori, agli occhi dei semplici e dei dotti. Dalle mani di lei Lui ricevette i suoi primi doni che, come fanno tutte le madri, gli avrebbe tenuti in serbo per quando “fosse stato grande”. Non erano giochi, bensì oro, perché Lui era Re; incenso, perché era Maestro; ma il terzo era mirra amara per la sua sepoltura, perché Lui era sacerdote e redentore. Maria Immacolata accolse il dono della mirra, simbolo di morte, consapevole che, fin dalla culla, avrebbe dovuto contribuire a plasmarlo per la Croce e la Redenzione: per questo Lui era venuto.

“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.

Il Cuore Immacolato di Maria e il Sacro Cuore di Cristo s’identificarono a tal punto nell’amore per tutta la vita, che la lancia che trafisse il costato di Lui trafisse anche il cuore di Lei. Come le parole di Simeone a Maria trafissero anche il cuore di Lui, così la spada del Calvario trafisse anche il cuore di lei, come se quel cordone che congiunge la madre e il figlio non fosse stato reciso all’atto della nascita. Per nove mesi lei Lo aveva portato nel suo seno, ma per trentatré anni Lo portò nel cuore, e se una sola pietra può uccidere due uccelli in una sola volta, così talvolta una spada può trafiggere insieme due cuori. Come Lui aveva ricevuto da lei la vita umana, così non poteva sacrificarla senza di lei.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

SEI UN PECCATORE? VUOI ESSERE SANTO? SEI DISPERATO? ALLORA VAI DA MARIA: ECCO TUA MADRE!

“Venga il tuo regno”
«Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26)

Quando Nostro Signore ci ha insegnato il Padre nostro, ha fatto della terza domanda una preghiera affinché venga il regno di Dio, che è il regno dei santi. Ora, nella sua ultima preghiera, si rivolge alle più sante tra le creature: Maria, sua Madre, e Giovanni, il discepolo prediletto. Per nessun’altra ragione moriva sulla croce, se non per renderci santi; ed essere santi significa essere fissi nella virtù. La creatura più santa che Dio abbia mai creato era la Madre del suo Figlio divino, perché non solo era «piena di grazia», ma anche corredentrice col suo Figlio che ora pendeva sopra la sua testa.

Quando Nostro Signore la guardava e, nella persona di Giovanni, ci raccomandava a lei dicendo: «Ecco tua madre», era come se dicesse a noi: «Se vuoi essere santo, ecco tua madre; se davvero desideri che venga il mio regno, allora ecco tua madre; se vuoi essere radicato nella virtù ed essere perfetto come il tuo Padre celeste è perfetto, ecco tua madre». Nostro Signore non ha fatto eccezioni: ha donato sua Madre a tutti, a coloro che peccano, a coloro che piangono, a coloro che soffrono.

Sei un peccatore? Allora vai da Maria, perché lei sa qualcosa dell’amarezza della tua anima. Maria sa cosa significhi per un’anima essere priva di Gesù, poiché perdendolo per tre giorni ha meritato di diventare il Rifugio dei peccatori. Proprio in quel momento stava meritando quell’onore. Non sarebbe stata donata ai peccatori se non ci fosse stata una crocifissione; e non ci sarebbe stata crocifissione senza peccato; né ci sarebbe mai stato peccato senza un peccatore; e dove sono i peccatori, là siamo noi. Maria, pertanto, deve a noi, in quanto peccatori, la dignità del suo titolo.

Sei un peccatore? Ascolta il suo Figlio misericordioso che ti solleva dall’afflizione con le parole: «Ecco tua madre». Sei nel pianto? Hai perso un tenero figlio, un padre premuroso, una madre amorevole? Allora hai perso solo una parte di ciò che hai. Maria ha perso ogni cosa, perdendo Dio. A te, che sei nel pianto: «Ecco tua madre». In quei momenti di immenso dolore, quando sei oppresso dai tuoi peccati e spargi lacrime da un cuore ferito o spezzato; quando sei stufo di ciò che hai e affamato di ciò che non hai; quando la santità ti sembra un obiettivo remoto e il Cielo tanto lontano, allora, di’ a Maria: «Ricorda che Gesù ti ha detto, riguardo a me, debole come sono: “Donna ecco tuo figlio”».

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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IL MAGNIFICAT E L’UMILTÀ DI MARIA SONO IL “MANIFESTO” DELLA VERA RIVOLUZIONE! “Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.”

Il Magnificat è l’inno di una madre il cui Figlio è al tempo stesso Dio… “La mia anima magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore”. Il volto delle donne era stato velato per secoli, e anche quello degli uomini, nel senso che gli uomini si erano nascosti allo sguardo di Dio. Ma ora che il velo del peccato era stato tolto, la donna eretta guarda il volto di Dio per lodarlo. Quando il divino penetra nell’umano, l’anima pensa meno a chiedere che ad amare. Chi ama non chiede favori all’amato; Maria non formula domande, ma soltanto lodi. Quando l’anima si distacca dalle cose e diviene conscia di sé e del suo destino, conosce se stessa soltanto in Dio. L’egoista magnifica se stesso; Maria magnifica il Signore. L’uomo sensuale pensa prima al corpo, il mediocre non pensa a Dio che in un secondo momento.

In Maria niente ha la precedenza su colui che è Dio creatore, Signore della Storia, e Salvatore del genere umano. Quando gli amici ci lodano per ciò che abbiamo fatto, noi li ringraziamo della loro cortesia. Quando Elisabetta elogia Maria, Maria glorifica il suo Dio. Maria riceve la lode come uno specchio la luce: non la trattiene per sé, non la riconosce nemmeno come sua, ma la trasmette a Dio, a cui si deve ogni lode, onore e rendimento di grazie. La sintesi di questo canto è “Grazie, o Dio”. L’intera personalità di lei sta nell’essere a servizio del suo Dio. Troppo spesso gli uomini lodano il Signore con la lingua, ma il loro cuore è lontano da Lui. “Salgono le parole, ma i pensieri restano in basso”. In Maria invece non erano le labbra ma l’anima e il cuore che si effondevano nelle parole, perché il segreto d’amore racchiuso in lei aveva già spezzato i legami che lo trattenevano.

Perché magnificare il Signore che non può diventare né più piccolo per quello che gli sottraiamo col nostro ateismo, né più grande se gli aggiungiamo la nostra lode? È vero: in se stesso Dio non cambia per il nostro riconoscimento, come un quadro di Raffaello non perde la sua bellezza se uno sciocco lo deride, ma Dio in noi è suscettibile di crescita o di diminuzione a seconda se lo amiamo o se siamo peccatori. Quando il nostro ego si gonfia, il bisogno di Dio sembra che sia minore; quando il nostro ego si sgonfia, il bisogno di Dio appare in tutta la sua urgenza. L’amore di Dio si riflette nell’anima del giusto, proprio come la luce del sole viene potenziata da uno specchio. Il figlio di Maria è il sole, perché lei è la luna. Lei è il nido e lui è l’uccellino che volerà su un albero più alto e la chiamerà poi a sé. Maria lo chiama suo Signore o Salvatore. Anche se è stata preservata dalla macchia del peccato originale, ciò è interamente dovuto ai meriti della Passione e Morte del suo figlio divino. Di per sé Maria non è niente e non ha niente: Lui è tutto! Perché Lui ha benignamente posato il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella, perché colui che è il potente, e il cui nome è santo, ha operato per me tali meraviglie.

L’orgoglioso finisce nella disperazione, e l’ultimo atto di disperazione è il suicidio, ossia il togliersi la vita, perché questa è diventata insopportabile. Gli umili non possono non essere contenti; perché dove non c’è orgoglio non può esserci l’egocentrismo che rende impossibile la gioia. Il canto di Maria ha questa doppia nota: il suo spirito esulta perché Dio ha posato il suo sguardo sulla sua umiltà. Una scatola piena di sabbia non può essere riempita di oro; un’anima colma fino a scoppiare del proprio ego non potrà mai essere riempita di Dio. Non c’è limite da parte di Dio al possesso di un’anima; essa sola può limitare la sua venuta, così come una tendina limita la luce. Quanto più vuota è l’anima, tanto maggiore è in essa lo spazio per Dio. Quanto più grande è la cavità del nido, tanto più grosso è l’uccello che in quella cavità si può sistemare. C’è un rapporto intrinseco tra l’umiltà di Maria e l’Incarnazione in lei del figlio di Dio. È divenuta ora il tabernacolo del re dei cieli, che i cieli non potrebbero contenere. L’Altissimo posa il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella. L’umiltà di Maria, da sola, non sarebbe bastata, se colui che è il suo Dio, il suo Signore e Salvatore, non “si fosse umiliato”. Per quanto vuota possa essere la tazza, non può contenere l’oceano.

Le persone sono come le spugne. Come ogni spugna può contenere solo una certa quantità di acqua e poi raggiunge un punto di saturazione, così ogni individuo può ricevere solo una certa quantità di onore. Quando si è raggiunto il punto di saturazione, non è più l’uomo che porta l’onore, ma è l’onore che porta l’uomo. È sempre dopo aver accettato un onore che il ricevente mormora con falsa umiltà: “Signore, non sono degno”. Ma qui, Maria, una volta ricevuto l’onore, invece di ritenersi paga del suo privilegio, si fa serva-infermiera della vecchia cugina e mentre sta prestando l’opera sua eleva un canto in cui si autodefinisce l’ancella del Signore, o meglio ancora la schiava di Dio, una schiava che gli appartiene tutta e che non ha altra volontà che quella di lui. L’altruismo rappresenta la vera personalità. “Non vi era posto nella locanda”, perché la locanda era piena. C’era posto nella stalla, perché là non c’erano degli “ego”, ma solo un bue e un asino. Dio cercava nel mondo un cuore vuoto, ma non un cuore solitario, un cuore che fosse vuoto come un flauto col quale Lui potesse eseguire una melodia, non solitario come un abisso vuoto, che è pieno di morte. E il cuore più vuoto che poté trovare fu quello di una donna. E siccome questo non aveva personalità, Dio lo riempì della sua stessa personalità.

“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Sono parole miracolose. Come possiamo spiegarle se non con la divinità del figlio suo? Come poteva questa ragazza di campagna che veniva dal disprezzato villaggio di Nazareth e che le montagne della Giudea avvolgevano nell’anonimato, prevedere nelle generazioni future che artisti come Michelangelo e Raffaello, poeti come Sedulius, Cinevulfo, Jacopone da Todi, Dante, Chaucer e Wordsworth, teologi quali Efrem, Bonaventura e l’Aquinate, gente oscura di piccoli villaggi e dotti e grandi avrebbero versato le loro lodi in un’interminabile corrente, celebrandola come il primo amore del mondo… Il figlio suo darà più tardi la legge capace di spiegare il ricordo immortale che si ha di lei: “Chi si umilia sarà esaltato”. L’umiltà davanti a Dio viene ripagata con la gloria davanti agli uomini. Maria aveva fatto voto di verginità e, verosimilmente, escludeva così la possibilità che la sua bellezza fosse tramandata ad altre generazioni. Ed ecco che ora, per virtù di Dio, si vede madre di infinite generazioni, pur rimanendo vergine. Tutti quelli che avevano perduto il favore di Dio mangiando il frutto proibito, la esaltano, perché per mezzo suo rientrano in possesso dell’albero della vita. In tre mesi Maria ha avuto le sue otto beatitudini: ​​“Beata sei tu perché piena di grazia”, aveva detto l’angelo Gabriele. ​​“Beata perché concepirai nel tuo seno il Figlio dell’Altissimo, Dio Stesso”. ​​“Beata sei tu, Vergine Madre, perché: lo Spirito Santo verrà in te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà.” ​​“Beata sei tu perché fai la volontà di Dio: Si faccia di me secondo la tua parola”. ​​“Beata sei tu perché hai creduto”, disse Elisabetta. ​​“Beato il frutto del tuo grembo (Gesù)”, aggiunse Elisabetta. ​​“Beata sei tu fra le donne”. ​​“Beata sei tu perché si adempirà in te ciò che ti fu detto dal Signore”. Umiltà ed esaltazione furono un tutt’uno in lei: fu umile perché, giudicandosi indegna di divenire la madre del Signore, fece voto di verginità; venne esaltata perché Dio guardando a ciò che Maria credeva fosse il suo niente, ancora una volta creò un mondo dal “nulla”. Beatitudine è felicità. Maria possedeva tutto quanto può rendere veramente felice una persona. Perché per essere felici occorrono tre cose: possedere tutto quanto si desidera; averlo unito in una sola persona che si ama con tutto l’ardore della propria anima; sapere che lo si possiede senza peccare. Maria ebbe tutte e tre le cose. Se suo figlio non avesse voluto che sua madre fosse onorata là dove lui stesso è adorato, non avrebbe mai permesso che queste profetiche parole di lei si adempissero. (…)

“Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.”

Questo brano del Magnificat è il documento più rivoluzionario che sia stato mai scritto, mille volte più rivoluzionario di qualsiasi scritto di Karl Marx.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)