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“SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI” CI STIAMO AVVICINANDO O ALLONTANANDO DA DIO? L’UMILTÀ E L’ORGOGLIO

Nessun vecchio entrerà mai nel regno di Dio. Il Signore si espresse così: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. In un’età di sofisticazione e di orgoglio potrebbe essere utile apprendere i vantaggi della piccolezza e dell’umiltà. Vedete quanto essa sia importante nell’ordine fisico: per vedere grande qualsiasi cosa, bisogna essere fisicamente piccoli.

Il mondo di un bimbo è sempre immenso. Per ogni ragazzo il padre è l’uomo più grande della terra, e lo zio, che si trova accanto alla finestra, è più alto della quercia del cortile sottostante. Ogni bambino è entusiasta della storia di Jack e il fagiolo magico. Per il bambino infatti la pianta di fagiolo giunge fino al cielo; i giganti sono una creazione dell’umiltà. Un ragazzino può mettersi a cavalcioni su un manico di scopa e non passa molto tempo che immagini di “volare sulla sibilante criniera dei venti” sorvolando la deserta distesa dell’azzurro. (…)

Se la piccolezza fisica è la condizione necessaria per vedere grande il mondo, allora la piccolezza spirituale o umiltà sarà la condizione per scoprire la verità e l’amore infinito. Nessun uomo, se non si fa piccolo, scopre nulla di grande. Se l’uomo ingrandisce il suo ego fino all’infinito, non apprenderà nulla, perché non c’è niente di più grande dell’infinito. Se riduce il suo ego a zero e smette di essere orgoglioso e presuntuoso, allora scoprirà tutto ciò che è grande, anche più grande di lui. Il suo mondo comincerà a essere infinito.

Per scoprire la verità, la bontà, la giustizia e Dio, è necessario essere molto umili. Se una scatola è piena di sale, non potremo riempirla di pepe. Se siamo pieni della nostra importanza, non potremo mai essere ricolmi di nulla di esteriore a noi stessi. Se un uomo crede di sapere tutto, allora nemmeno Dio potrà insegnargli qualcosa. La scoperta di una qualsiasi verità richiede docilità e capacità di apprendimento, ma chi crede di sapere ogni cosa non è disposto a essere ammaestrato.

Si può osservare con quanta calma e passività uno scienziato si pone davanti alla natura. Egli si limita a sedersi e osservarla, nell’attesa che la natura gli riveli le sue leggi. Non dice: “Conosco le leggi della natura, e voglio imporre le mie leggi”, bensì attende le rivelazioni della natura. L’umiltà dello scienziato di fronte alla natura dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio, in attesa della sua santa volontà. La fede proviene dall’ascoltare, il che significa anche che deriva dall’essere un buon ascoltatore, e non dal ritenere di possedere già tutta la verità.

L’illustrazione rappresenta il sole con i suoi raggi. Si può notare un uomo che cammina allontanandosi dal sole, e l’ombra si proietta davanti a lui. Gli ho fatto una testa molto grande, perché si tratta di un uomo superbo, che si considera altrettanto grande quanto la sua ombra, la quale rappresenta il fantasma e non l’essere reale. Supponiamo che il sole rappresenti Dio e la luce della Sua verità. Finché ci muoviamo allontanandoci da Dio, creiamo delle ombre psicologiche, ci crediamo diversi da quelli che siamo. Ma osservate la differenza quando camminiamo andando incontro al sole, cioè alla luce divina: allora il fantasma non potrà mai essere scambiato per l’essere reale, perché si proietta dietro di noi. Se ci mettiamo direttamente sotto il sole, siamo completamente governati dalla divina verità; non ci sono ombre, illusioni, né timori, né ansie; l’anima viene pervasa dalla calma e dalla pace. L’essere umili implica che il nostro occhio avverta il bisogno della luce, che la nostra ragione riconosca il bisogno della fede, e che tutto il nostro essere necessiti della guida della legge eterna di Dio. (…)

L’umiltà non è servilismo, non è la disposizione a lasciarsi indottrinare, non è odio di sé, né auto-disprezzo, o il desiderio di venirsi a trovare in posizioni di svantaggio. L’umiltà è invece quella virtù che ci dice la verità su noi stessi, ossia la nostra posizione di fronte a Dio. Non si tratta di una sottovalutazione, e non è umile una persona di alta statura se dice: “No! Io non sono alto: sono appena un metro e 90”. Una grande cantante non è umile quando dice: “Oh, no! Le mie note medie sono insopportabili”. Ma è umile nel caso in cui dicesse: “Grazie, ma devo tutto al Signore”.

La verità su noi stessi può essere negata in due maniere: mediante la sopravvalutazione e la sottovalutazione. Ci sopravvalutiamo quando diciamo: “Sono l’abitante più importante di questa città”. D’altra parte, la gente talvolta dice di essere stupida per sentirsi dire dagli altri che è saggia. A una persona che diceva sempre di essere idiota fu replicato così da un amico: “Era proprio necessario che lo dicessi?”. L’umiltà in rapporto all’amore significa considerare gli altri migliori di noi stessi. Uno dei vantaggi di questo atteggiamento è che ci fornisce alcuni esempi da imitare. L’orgoglio, d’altra parte, cerca talvolta il primo posto affinché gli altri possano dire: “Che magnanimità!”. E può anche darsi che l’orgoglio voglia prendere l’ultimo posto perché gli altri possano commentare: “Quanta umiltà!”. Perché i mendicanti adoperano ciotole di stagno? Perché vogliono sollecitare la vanità del donatore, a cui piace sentire il tintinnio della moneta quando cade nella ciotola. Nelle chiese i cestini di cui ci serviamo per la colletta hanno il fondo di peluche perché la gente, quando dona, dovrebbe cercare di non far rumore: Dio dovrebbe essere il solo a saperlo. L’orgoglio si insinua perfino nelle persone cosiddette “pie” che si vantano della loro pietà. (…)

Un altro frutto dell’orgoglio è lo spirito critico. Di solito le persone molto orgogliose sono tormentate da piaghe segrete, come l’egoismo e la presunzione. Ne risulta che la loro coscienza le molesta in conseguenza della loro colpa sommersa, che loro rifiutano di guardare in faccia. Invece di criticare se stessi come dovrebbero fare, proiettano le loro critiche sugli altri. Riformano il prossimo invece di riformare se stessi, indicano la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedono la trave che è nel proprio. Perché mai tanti giornali si specializzano nelle cronache di omicidi, di adulteri, di infedeltà e di slealtà? Perché quando la gente legge la notizia di un assassinio o di un furto sostiene: “Io non sono così malvagio; in realtà sono abbastanza buono!”. A forza di fare continui confronti, le persone si confortano presumendo di essere migliori degli altri.

Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. Questo è l’ateismo. L’orgoglio infatti è un disordinato amore di sé, un’esaltazione dell’io relativo verso un io assoluto. Questo sentimento cerca di soddisfare la sete di infinito attribuendo alla propria limitatezza una pretesa di divinità. In alcuni individui l’orgoglio rende l’io cieco riguardo alla proprio debolezza e diventa un orgoglio “caldo”; in altri riconosce bensì la propria debolezza ma la supera con un’autoesaltazione che diviene orgoglio “freddo”. L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio. La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto. Di fronte ad altri intelletti, essa ricorre a due tecniche diverse: o alla tecnica dell’onniscienza, mediante la quale cerca di convincere gli altri del molto che sa; o alla tecnica della non-scienza, con cui vuole persuadere gli altri del poco che sanno. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

PSICOANALISI, MALATTIE MENTALI E CONFESSIONE: “Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale”

Alcuni disturbi mentali, tuttavia, non possono essere ignorati, anche dopo che nella colpa si è ravvisata la causa e nell’esame di coscienza il rimedio. Molte malattie mentali sono essenzialmente psicologiche, neurologiche o magari fisiologiche e possono essere guarite soltanto da un bravo psichiatra. Ma è indispensabile assicurarsi che sia davvero bravo, perché un sistema di psicanalisi che parte dalla negazione della volontà e della responsabilità della colpa, priva i suoi seguaci della capacità di comprendere la natura umana sulla quale essi operano e, in molti casi, aggrava la malattia che si prefigge di guarire.

Anime ammalate che hanno, fino ad ora, negato la possibilità del peccato e della colpa dovrebbero riesaminare la loro coscienza piuttosto che il loro inconscio e considerare la possibilità che alcune della loro turbe mentali siano dovute a un senso non riconosciuto di colpa. Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale. Migliaia di pazienti migliorerebbero se, invece che stare distesi, si mettessero in ginocchio. La passività simboleggiata dalla posizione supina simboleggia l’irresponsabilità del paziente, che è l’assunto dell’intera teoria di Freud. Ed è in stridente contrasto con l’umiltà di colui che piegando le ginocchia, invece che “come sono stato sciocco!”, dice: “Signore, abbi pietà di me peccatore!”.

Di solito le anime che negano la possibilità della loro colpa, la negano o perché troppo soddisfatte di se stesse o perché troppo “snob” per guardare le cose in faccia. Sono “codardi” che tentano di ammucchiare il loro sudiciume morale sotto i tappeti freudiani. Invece che assumere la responsabilità dei propri peccati, li proiettano sugli altri. Se oggi il mondo è quello che è, ciò si deve al fatto che ciascuno di noi cerca di scaricare sugli altri la responsabilità delle sue colpe. Alcuni dei capri espiatori preferiti sono la madre che ha amato eccessivamente il peccatore e il padre che non lo ha amato abbastanza. Per i nazisti, i capri espiatori erano gli ebrei; per i comunisti, sono i cristiani; per i freudiani, il capro espiatorio è la cosiddetta repressione dovuta a totem e tabù.

Tutti i capri espiatori sono il risultato degli sforzi intesi a eliminare qualsiasi inquietudine in merito alla parte migliore del nostro essere, atrofizzandone il senso morale. Si mette in tal modo a dormire anche il senso critico, che dovrebbe scorgere l’illogicità di questa teoria. Difatti, se l’inconscio è la causa delle condizioni mentali anormali e dei conseguenti disturbi, due interrogativi s’impongono: che cosa fa sì che l’inconscio produca queste psicosi e questi disturbi? E se la repressione è la causa, perché il conscio desidera reprimere ciò che è male?

Lo psicanalista amorale, rifiutando di ammettere “bene” e “male,” trova difficoltà a rispondere. Senza dubbio, la spiegazione si deve rintracciare nell’ordine morale naturale, nell’esistenza di un ethos al quale ognuno è soggetto e contro il quale a volte ci si ribella. Quest’ordine morale è universale ed è stato universalmente riconosciuto. È difficile trovare in una qualsiasi letteratura l’affermazione che la sola differenza tra l’uomo sano e il pazzo è nel contenuto del loro inconscio; ma è facile trovare, attraverso i secoli, una distinzione tra l’apparenza e la realtà dell’uomo o tra ciò che egli è e ciò che dovrebbe essere.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

L’ESAME DI COSCIENZA: “In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.”

Come un uomo d’affari alla sera esamina sul suo libro-cassa l’ammontare del dare e dell’avere, così ogni anima dovrebbe, alla fine della giornata, esaminare la sua coscienza, non ponendosi come modello, bensì considerandola alla luce di Dio, suo creatore e giudice. L’esame di coscienza serale porta alla superficie le colpe segrete che abbiamo commesso durante il giorno; cerca di scoprire le erbacce che ostacolano la crescita della grazia di Dio e distruggono la pace dell’anima.

Analizza pensieri, parole e opere, peccati di omissione e peccati di “commissione”. Per “omissione” noi intendiamo il bene che ci si dimentica di fare (non soccorrere il prossimo bisognoso di aiuto, rifiutare una parola di conforto a chi è oppresso dal dolore, ecc.). I peccati di “commissione” comprendono invece le osservazioni maliziose, le menzogne, gli atti disonesti, l’egoismo, l’amore smodato per il denaro, la sensualità illecita, l’odio, l’eccesso di indulgenza, la gelosia e la pigrizia.

Vi è inoltre l’esame di quello che gli scrittori che trattano dei problemi dello spirito chiamano la nostra “colpa predominante”. Ognuno di noi ha un peccato che commette più spesso degli altri. I direttori spirituali dicono che se ogni anno noi cancellassimo un solo peccato grave, diventeremmo perfetti in breve tempo. L’esame di coscienza, che considera la colpa un’offesa all’Amore di Dio o del prossimo, è tutt’altra cosa dal tentativo di guarire le forme patologiche di colpa che ossessionano alcune menti ammalate. Il primo non potrà mai essere annullato da nessuna forma di analisi o di psichiatria; il secondo può rientrare in quel campo o, allo stesso modo, appartenere al dominio spirituale. (…)

L’esame di coscienza non solo dà sollievo alla nostra tristezza, non solo ci offre una seconda possibilità di essere perdonati, ma ci restituisce anche all’Amore. Nell’esame di coscienza una persona si concentra meno sul proprio peccato che sulla Misericordia di Dio, come il ferito si concentra meno sulla sua ferita che sull’abilità del medico che lo fascia e lo cura. L’esame di coscienza non sviluppa alcun complesso perché si compie nella luce della giustizia divina.

L’uomo non è la norma, né la fonte della speranza. Tutta la fragilità e la debolezza umane sono viste nella radiazione dell’infinita bontà di Dio; e una colpa non è mai separata dalla conoscenza della divina misericordia. L’esame di coscienza raffigura il peccato non come una violazione della legge, ma come una rottura di rapporti. Produce dolore non perché è stato violato un codice, ma perché è stato ferito l’amore. Come la dispensa vuota induce a fare la spesa, così l’anima vuota è indotta a cercare il Pane della Vita. Procedere all’esame della propria coscienza non significa concentrarsi su di essa come un mistico Orientale che contempla il proprio ombelico. L’eccessiva introspezione porta all’immobilità e alla morbosità.

Nessuno spirito, nessun’anima è più disperata di quella che dice di volersela “cavare da sola”. L’anima cristiana sa che ha bisogno dell’aiuto divino e perciò si volge a Colui che ci amava anche mentre peccavamo. L’esame di coscienza, anziché indurre alla morbosità, diventa quindi un’occasione di gioia. Ci sono due modi di rendersi conto della bontà e dell’amore di Dio: l’uno è quello di non perderLo mai, conservando l’innocenza; l’altro è quello di ritrovarLo dopo averLo perduto. (…)

Il pentimento non riguarda noi: riguarda Dio. Non consiste nell’imprecare contro di noi, ma nell’amare Dio. Il cristianesimo ci ordina di accettare noi stessi così come siamo, con tutte le nostre colpe, le nostre debolezze, i nostri peccati. In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.

Il cristianesimo potrebbe riassumersi in queste parole: “Venite come siete”. Esso ci ordina di smettere di tormentarci per noi stessi, di smettere di concentrarci sulle nostre colpe e sulle nostre mancanze e di confidarle al Salvatore col fermo proposito di migliorarci. L’esame di coscienza non spinge mai alla disperazione, ma sempre alla speranza.

Alcuni psicologi, usando debitamente il loro metodo, hanno ridato la pace mentale a qualche individuo, ma soltanto perché hanno trovato una valvola di sicurezza per l’oppressione mentale. Hanno dato libero sfogo al vapore, ma non hanno riparato la caldaia: che è compito della Chiesa.

Siccome l’esame di coscienza si compie nella luce dell’amore di Dio, comincia con una preghiera allo Spirito Santo perché illumini le nostre menti. Ed ecco che noi ci comportiamo verso lo Spirito divino come verso un orologiaio che debba aggiustare il nostro orologio. Mettiamo l’orologio nelle sue mani perché sappiamo che non lo maltratterà e mettiamo la nostra anima nelle mani di Dio perché sappiamo che se Egli la osserverà attentamente, essa funzionerà a dovere. (…)

È vero che più ci avviciniamo a Dio, più vediamo i nostri difetti. Un quadro rivela pochi difetti alla luce di una candela, ma la luce del sole può rivelarne tutte le pecche. Quelli che sono veramente buoni non credono mai di esserlo, perché si giudicano secondo l’Ideale. In perfetta innocenza, ogni anima, come gli Apostoli all’Ultima Cena, grida forte: “Sono forse io, Signore?” (Mt 26,22).

L’esame di coscienza consiste innanzitutto nel concentrarsi sulla bontà e sull’amore di Dio. Ogni anima che si esamina guarda il Crocifisso e scorge una relazione personale tra se stessa e il Signore.

Essa riconosce che, se fosse stata meno orgogliosa e vanitosa, la corona di spine sarebbe stata un po’ meno pungente; che, se avesse percorso con minore vivacità i sentieri del peccato, i piedi divini sarebbero stati meno profondamente penetrati dal chiodo; che, se fosse stata meno avara, anche le mani sarebbero state meno profondamente penetrate dai chiodi; e che, se fosse stata meno volubile e sensuale, il Salvatore non sarebbe stato spogliato della sua tunica.

Il Cristo Crocifisso non è un agente del KGB o un inquisitore della Gestapo, ma un Medico Divino, che ci chiede soltanto di portare a Lui le nostre ferite perché Egli possa risanarle. Se i nostri peccati sono scarlatti, essi saranno lavati e tornerà in noi il candore della neve; e se sono color porpora, noi torneremo bianchi come la lana.

Forse, Lui non ci ha detto: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7)? E nella parabola del figliol prodigo non descrisse forse il padre che diceva: “Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,23-24)? Perché c’è più gioia in cielo per il peccatore pentito che per i giusti? Perché la vera essenza di Dio non è il Giudizio, ma l’Amore. (…)

Chi nega la colpa e il peccato è come gli antichi farisei che credevano che il Salvatore avesse un “complesso di colpa” perché li aveva accusati di essere sepolcri imbiancati: puliti al di fuori ma dentro pieni di ossa di morti. Quelli che ammettono di essere colpevoli sono come i pubblici peccatori e i pubblicani di cui Nostro Signore disse: “In verità vi dico che i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21,31).

Coloro che credono di essere sani, ma hanno un cancro morale nascosto, sono incurabili; l’ammalato che desidera essere guarito ha invece la possibilità di guarire. Ogni rifiuto di riconoscere la colpa allontana gli uomini dall’area di amore e, inducendoli alla presunzione di sé, impedisce la guarigione.

Le condizioni essenziali di ogni trattamento sono le seguenti: un medico non ci può guarire se non ci mettiamo nelle sue mani; e noi non ci mettiamo nelle sue mani se non sappiamo di essere ammalati. Allo stesso modo, il riconoscimento del peccato è per il peccatore una delle condizioni essenziali della sua guarigione; l’altra è il suo ardente desiderio di Dio.

Quando desideriamo Dio, non lo desideriamo come peccatori ma come persone che amano. È vero che, dopo il nostro esame di coscienza, noi ci riconosciamo indegni di essere amati; ma è precisamente questo che ci fa desiderare Dio, perché Lui è l’unico che ama ciò che non è degno di essere amato.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)