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NELLA RICORRENZA DEL NATALE, COME POTRÀ L’UOMO SCOPRIRE DIO? FACENDOSI UMILE, SEMPLICE E PICCOLO COME UN BAMBINO!

Ecco ciò che vuol dire essere bambini. Inoltre, ecco perché è solo essendo piccoli che si scopre qualcosa di grande. Esiste pertanto uno stretto rapporto tra la piccolezza fisica che è l’infanzia, e l’essere piccoli di spirito, vale a dire essere umili. Non si può rimanere sempre bambini, ma è possibile conservare la visione dell’infanzia, cioè si può continuare sempre a essere bambini. La stessa legge vale anche sul piano spirituale: se mai l’uomo vorrà scoprire qualche cosa di grande, dovrà farsi piccolo; se allargherà il suo io all’infinito, non scoprirà nulla, perché non esiste nulla che sia più vasto dell’infinito; ma se ridurrà il suo io a zero, scoprirà ciò che è grande; perché nulla esiste che sia minore di lui. E allora nella ricorrenza del Natale, come potrà l’uomo scoprire Dio? Come troverà la ragione della gioia che supera ogni altra gioia?

Esattamente come succede che, essendo piccolo, scopre tutto ciò che è grande, così è solo con l’essere umile che scoprirà un Dio infinito nella piccola figura di un Bambino. Per afferrare questa verità, immaginate che due uomini entrino nella grotta dove il Bambino è nato, l’uno superbo e l’altro umile. Immaginate che entri per primo l’uomo superbo, avvelenato dall’orgoglio, fiero di un’infarinatura scientifica ottenuta attraverso qualche manuale storico sul tipo del Wells. Credete che riuscirà mai a scoprire l’immensità di Dio?

No davvero, perché è tanto grande da credere che non esista nulla più grande di lui; tanto sapiente da credere che non esista nessuno più sapiente di lui, tanto pieno di sé da credere che nessuno sarà mai in grado di aggiungere nulla alla sua personalità. La sua mente è tanto immensa, che per lui è piccola ogni altra cosa. Per lui, Colui che è più grande dell’universo non è che un bambino avvolto in pochi panni; Colui che è un vero re non è più grosso della testa del bue, Colui che è la saggezza eterna non è che un organismo ancora privo del dono della parola. Egli sorride all’ingenuità dei pastori che credono nell’esistenza degli angeli, e all’ignoranza dei Magi che hanno creduto di essere provvidenzialmente guidati da una stella.

Arriccia il naso di fronte alla Vergine Madre, ricordandosi vagamente della leggenda indiana su Krishna. Degna di un’occhiata di pietà l’uomo vestito poveramente, al quale l’albergatore ha avuto ragione di negare ospitalità. Pensa a tutto ciò che la scienza ha fatto per dominare la terra, e poi a quanto sia sciocco pensare a quel Bambino in veste di Creatore; si sofferma sulla teoria della relatività, e quindi riflette su come sia assurdo chiamare un’ameba completamente sviluppata Signore del cielo e della terra; ripensa a quanto ha fatto il controllo delle nascite per dissuadere i poveri a mettere al mondo figli, e quanto sia stata sciocca la madre di quel Bambino, che poteva offrirgli solo una stalla e un po’ di paglia.

A causa del suo orgoglio l’infinito gli sfugge; per essere troppo grande non riesce a scoprire Dio. Perché è solo essendo piccoli che scopriamo le cose grandi, e persino l’infinito Dio.

Supponete ora che entri nella grotta un uomo umile, l’uomo che crede di non sapere nulla, che può venire istruito, l’uomo semplice. Osserva lo stesso spettacolo che si è offerto agli occhi dell’uomo superbo, e tuttavia scorge qualcosa di diverso. Guarda il tetto della stalla e vede un immenso cielo stellato; guarda il Bambino e vede Colui che la terra e i cieli non possono contenere; guarda la mangiatoia e vede che Dio si è fatto Uomo per diventare nostro cibo. Per lui, quegli occhi infantili scrutano i cuori e leggono le intenzioni segrete; per lui, quelle bende che ora fasciano la vita sono le stesse che saranno in seguito spezzate, perché la vita non può venire imprigionata dalla morte; per lui, quelle labbra rosse sono in grado di offrire immortalità, capaci di trasmettere il messaggio della pace e del perdono. Per lui, le piccole mani sono quelle che sanno reggere allo stesso modo le nazioni della terra come il più piccolo granello di sabbia.

La data di quel giorno è il 25 dicembre, ma per questo uomo umile è semplicemente Natale; la mangiatoia è un trono; la paglia è il mantello regale; la stalla è un castello; il Bambino è Dio. Ha scoperto la saggezza perché sa di essere ignorante, la potenza perché sa di essere debole, l’infinito, immenso ed eterno Dio perché sa di essere piccolo, perché è soltanto essendo piccoli che si giunge a scoprire qualcosa di grande. Ed è anche vero che solo l’uomo umile comprende la necessità di ricevere aiuto dall’alto, e quindi lui solo comprende il significato dell’Incarnazione. Incarnazione vuol dire farsi carne, diventare persona.

Quando si vuole lodare enfaticamente la virtù di qualcuno, si dice con un’iperbole che il tale è, per esempio, la gentilezza personificata, volendo dire con questo che in lui l’ideale della cortesia ha preso forma umana. Quando parliamo dell’Incarnazione intendiamo veramente che la vita, la verità e l’amore perfetti di Dio hanno assunto sembianze umane e visibili nella persona del nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo.

La fede dell’uomo umile gli dice: questo Bambino è il Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo; è il Creatore della razza umana fattosi uomo; ha bisogno di un po’ di latte per nutrirsi, ma è dalle sue mani che ricevono il cibo gli uccelli del cielo; è nato da madre terrena, ma è Colui che preesisteva alla Madre, e perciò la fece bella e immacolata, come anche noi avremmo reso nostra madre se fossimo stati in grado di farlo; è sdraiato a terra, su poca paglia, e tuttavia regge l’universo e regna nei Cieli; è nato nel tempo, e tuttavia esiste da sempre; creatore delle stelle, abita sotto le stelle; dominatore della terra, sulla terra è un emarginato; occupa una mangiatoia e riempie di sé il mondo. Ciò nonostante, l’uomo orgoglioso non vede che un bambino. Ma l’uomo umile, illuminato dalla sua fede, vede in quel Bambino due vite nell’unità della persona di Dio.

Tra queste due vite del Cristo – quella divina che Lui possiede per eterna generazione in seno del Padre, e quella umana che incominciò a possedere per mezzo della sua Incarnazione nel seno di una vergine – non c’è mescolanza, né confusione. In Lui il divino non assorbe l’umano, e l’umano non sminuisce il divino. L’unione è tale che esiste soltanto un’unica persona, la persona divina, che è la persona del Verbo di Dio. Non esiste perciò alcuna analogia umana, perché nemmeno l’unione del corpo e dell’anima nella persona dell’uomo ci può rivelare gli abissi del mistero di un Dio che si fece Uomo affinché l’uomo riacquistasse immagine e somiglianza di Dio.

Le anime umili e semplici, abbastanza piccole per vedere la grandezza di Dio nella piccolezza del Bambino, sono perciò le sole a poter comprendere la ragione della Sua discesa sulla terra.

Egli venne in questo nostro mondo infelice per effettuare uno scambio; per dirci, come solo il buon Dio ci avrebbe potuto dire:

“Date a me la vostra umanità, e io vi darò la mia divinità; datemi il vostro tempo, e io vi darò la mia eternità; datemi il vostro corpo stanco, e io vi darò la redenzione; datemi il vostro cuore infranto, e io vi darò l’Amore; datemi il vostro nulla, e io vi darò il mio Tutto”.

(Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea” edizioni Fede e Cultura)