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“PERCHÉ CREDERE? 50 RISPOSTE SUL SENSO DELLA VITA” È STATO PUBBLICATO IL SECONDO VOLUME DELLA SUMMA DI FULTON SHEEN!

Si completano in questo secondo volume le cinquanta lezioni dell’arcivescovo Fulton Sheen sulle buone ragioni della fede. Con il consueto stile rapido e comunicativo, l’autore ci accompagna in un’analisi approfondita sull’Eucaristia, sulla questione della grazia e del peccato, sui sacramenti, sulla preghiera e sui comandamenti, sul mondo ultraterreno (i novissimi), soffermandosi anche sulla specificità dei ruoli maschile e femminile all’interno della comunità e nell’economia della salvezza.

Un’opera che monsignor Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester e lui stesso noto predicatore, definisce nella prefazione del primo volume: «quanto di più vicino a una Summa Sheeniana». In queste 50 lezioni, come del resto in tutta la sua opera, emergono lo stile brillante e la cultura (non solo teologica) del grande evangelizzatore statunitense, capace di parlare al cuore delle persone di ogni estrazione sociale e allo stesso tempo di esporre in modo chiaro le ragioni della fede.

Barron sottolinea a proposito «il talento dell’autore nel trovare analogie, paragoni e immagini per esporre i misteri cristiani. […] Non conosco nessuno, nella grande tradizione dell’omiletica cristiana, della catechesi o della teologia, in grado di praticare il metodo analogico con maggiore capacità di Fulton Sheen».

IL VOLUME È DISPONIBILE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE ARES. QUI SOTTO IL LINK: 👇

https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere-vol-2/

QUI DI SEGUITO POTETE TROVARE UN ESTRATTO:

-La legge dell’amore: dedizione totale-

Tutto ciò che abbiamo discusso si può riepilogare nella differenza tra legge e amore. Nella vita cristiana non siamo governati esclusivamente dalla legge, dobbiamo andare oltre. Non accontentiamoci semplicemente di osservare i comandamenti, ma cerchiamo di essere vicini al Signore. È difficile? È possibile?

Ricordate, un giorno un giovane andò dal Signore e gli chiese che cosa dovesse fare per essere salvato e il Signore gli disse di osservare i comandamenti. Ne menzionò cinque o sei, come non rubare, non commettere adulterio e così via. Il giovane disse: «Ho osservato tutte queste cose sin dalla giovinezza». Il Signore allora aggiunse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21). Il giovane se ne andò triste, perché possedeva molto. Questo turbò gli apostoli. Ognuno deve vendere tutto per seguire il Signore. Dissero: «Allora, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Il Signore rispose che non è possibile agli uomini con le loro forze, ma è possibile a Dio. Tutto è possibile a Dio; noi abbiamo la sua grazia.

Il cristianesimo è difficile da un punto di vista mondano, ma dona intima pace e gioia a coloro che obbediscono alla legge dell’amore del Signore. Quando comprendiamo in pieno il senso della legge, sentiamo il Signore dirci: «Dammi tutto, tutto di te. Dammi tutto il tuo essere». È una perdita? No, perché Lui ha detto: «Ti darò un nuovo io, ti darò Me stesso, la mia volontà diventerà tua». Cerchiamo di rimanere ciò che siamo e al tempo stesso di custodire la pace per quanto possibile. Vogliamo essere “buoni”. Vogliamo che i nostri cuori e le nostre menti vadano insieme; forse questo viene dopo il denaro, il piacere o il prestigio sociale e al contempo vogliamo comportarci con onestà, con purezza e osservando i comandamenti.

Il Signore ha detto: «Un cardo non può produrre un fico e un campo che contiene solo erba non può produrre grano» (Mt 7, 16-20). Se voglio produrre grano, il cambiamento deve avvenire in profondità. Devo lasciarmi arare e seppellire. Il Signore ha detto anche: «Se vuoi essere perfetto, […] vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21) e ancora: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Intende che dobbiamo lasciarci lavorare a fondo. È difficile, ma desiderarlo è ancora più difficile. Quando scendiamo fino in fondo, di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura di dare le nostre dita a Dio per timore che prenda tutta la mano. Nei nostri cuori coltiviamo dei piccoli giardini segreti, ma il frutto non è suo, è nostro. Lo nascondiamo a Lui, talvolta è un peccato di poco conto, un vizio o egoismo, qualsiasi cosa che ci toglie la piena gioia di essere cristiani. È difficile per un uovo trasformarsi in uccello, ma è ancora più difficile che possa volare rimanendo uovo. Noi ora siamo come uova e non possiamo continuare a essere soltanto buone uova. Un buon uovo è quello che si schiude.

Il Signore insiste su un certo tipo di morte; dobbiamo rinnovarla nelle nostre vite proprio com’è accaduto nella sua. Egli è il modello. A Nicodemo e a noi ha detto ripetutamente che per vivere ancora dobbiamo morire all’uomo vecchio (Gn 3, 1-21). Qualcuno spera che il pericolo sia superato perché Lui è un Salvatore gentile che riprende i peccatori ostinati senza far domande? Costui dovrebbe leggere il passo in cui Lui dice che al rigore della legge di Dio non sarà sottratto un solo iota (cfr Mt 5, 17). La grazia non è a buon mercato. Costa quanto la vita del Signore. Potete pensare a qualcosa di più costoso di ciò che un uomo deve pagare sulla croce? Se vogliamo la pace, dobbiamo pagarne il prezzo. Senza morire alla vita inferiore, non c’è pace, ma solo timore, e viviamo una sorta di mezza esistenza. Il Signore ha detto: «Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio» (Gv 7, 17). Intende che una delle ragioni per cui ci sono agnostici e scettici è perché non osservano la legge di Dio. Se noi conosciamo la sua volontà, comprenderemo la sua dottrina.

Magari abbiamo insistito troppo sulla conoscenza della dottrina cristiana e non abbastanza sul fare. Il Signore ha detto: «Se farete la mia volontà, conoscerete la mia dottrina» (Gv 8, 31). Solo chi fa seriamente la sua volontà e mette in gioco la propria vita altrettanto seriamente su di essa giungerà a conoscere Cristo e tutto ciò che la sua Redenzione porta con sé. Il Signore si fa conoscere solo dagli avventurieri, non dai codardi. Il Signore è un disturbatore. Sembra irritarvi e vi spinge a una sorta di crocifissione. Potete essere dei mondani accomodanti, comodamente seduti nella vostra visione del mondo, ma, se prendete Cristo sul serio, dovrete rinunciare a quella comodità, perché è una falsa pace. La prima venuta di Cristo nelle nostre vite è quella di uno che ci viene a sconvolgere, ma una volta che ci diamo a Lui diventa il nostro difensore. Prima di avere Cristo, il nostro cuore ci accusa, siamo infelici delle mezze misure. Dopo esserci dati a Lui e alla sua legge d’amore, i nostri cuori sono in pace. Il suo atteggiamento cambia completamente una volta che noi abbiamo cambiato il nostro.

Ecco un altro modo di sottolineare la differenza tra i comandamenti e l’amore: «I comandamenti mi limitano soltanto». Li vediamo come ostacoli e impedimenti nella vita. Coloro che vivono per i comandamenti si chiedono: «Fin dove posso spingermi?», «Qual è il limite?», «Quanto posso accostarmi all’abisso senza cadervi?», «È peccato mortale?». Non è questa la via dell’amore né della pace. È il vecchio Adamo in me che parla in questo modo sui comandamenti. Quando mi limito a obbedire alle regole, non sono mai integro come persona. Ecco lo stato psicologico di chi si limita a obbedire ai comandamenti, senza il pieno coinvolgimento del cuore. Quando amo, sono una persona intera, perché l’amore coinvolge tutto il mio essere; di conseguenza non posso essere comandato. Fino a questo punto abbiamo detto che la dottrina morale cristiana è una dedizione totale a Cristo. Ci fissiamo sulla sua mente, pensiamo i suoi pensieri, amiamo ciò che Lui ama, e chiediamo a noi stessi qualsiasi cosa compiamo: «Questa cosa gli è gradita?».

C’è un altro risvolto dell’amore di Dio: l’amore del prossimo. Le due leggi vanno insieme. Amare il prossimo è farsi carico del suo peccato. Alcuni anni fa ricordo di aver incontrato una donna sconvolta perché suo figlio era stato arrestato. Penso che fosse il suo quarto arresto per delinquenza, furto e omicidio. Lei se ne vergognava e aveva il cuore spezzato. Mi chiedevo tra me: «Perché prova tanta vergogna?». Allora mi vennero in mente le parole del profeta Isaia riguardo al Signore e potevo dire di lei: «Si è caricata delle sue sofferenze, si è addossata i suoi dolori e il castigo che gli dà salvezza si è abbattuto su di lei» (cfr Is 53, 4-5). Solo dalle piaghe di lei, lui sarebbe stato guarito. Questa buona madre aveva pochissimi peccati nella sua vita, di certo non gravi, eppure l’amore l’ha fatta sentire peccatrice per amore di lui. Immediatamente si è chiarito il mistero: l’amore che una donna può provare per suo figlio la rende una sola cosa con lui. Il peccato, la disgrazia e la vergogna di lui diventano di lei, ed è la realtà più vicina su questa terra all’amore di Dio.

Dobbiamo vedere che ogni nostro peccato, disgrazia e vergogna diventano Suoi, che li ha portati nel suo stesso corpo sull’albero della croce. Ecco perché il perdono ha un prezzo e la grazia e il perdono non sono a buon mercato. Non dobbiamo pensare di essere devoti vivendo individualmente una vita santa ben separata dal prossimo, dal mondo e dall’umanità sofferente. Ecco qual era il problema di Simone il fariseo. La donna peccatrice venuta in casa che versava l’unguento sui piedi del Signore lasciò Simone scandalizzato. Non voleva entrare in contatto con una peccatrice, tutto preoccupato della propria osservanza della Legge e forse delle proprie colpe avvolte in una falsa pace. Il Signore disse a Simone: «Vedi questa donna? L’hai capita? I suoi peccati sono parte dei peccati del mondo». Egli stava prendendo i peccati di lei e l’unzione era una preparazione alla sua crocifissione e morte (cfr Lc 7, 36-50). Lei fu perdonata molto, e il perdono ha un prezzo terribile. Il perdono è l’amore in azione e l’amore significa portare il peccato. Il perdono si realizza solo portando il peccato, e questo esige una croce per Dio e per noi!

Il Signore ha detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, […] prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Il significato della croce è l’amore che si fa carico del peccato dell’amato per via dell’unione con lui. Noi possiamo conoscere il portatore, Cristo, solo se portiamo i peccati degli altri. Siamo redenti per essere redentori e non veniamo salvati finché Dio non ci rende salvatori. Un cristiano deve andare con il Signore nel Getsemani e passare da lì al Calvario, completando nel proprio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo per amore del suo Corpo che è la Chiesa. Non possiamo lavarcene le mani come Pilato dicendo: «Non sono responsabile del sangue e delle sofferenze del mondo» (cfr Mt 27, 24).

La Chiesa è una chiesa, cioè un corpo di persone che portano il peccato, che amano con l’amore di Dio sparso nei loro cuori. Possono perdonare perché sono state perdonate. Coloro che sono stati amati diventano amanti. Se la Chiesa di Cristo non fosse unita dall’amore a tutta l’umanità, allora il peccato del mondo sarebbe il peccato della Chiesa, la disgrazia del mondo sarebbe la disgrazia della Chiesa, la vergogna del mondo sarebbe la vergogna della Chiesa, la miseria del mondo sarebbe la miseria della Chiesa; anzi non ci sarebbe affatto la Chiesa. La Chiesa non è e non può essere un fine in sé stessa, ma un mezzo di salvezza per il mondo, non solo per la nostra propria santificazione. Non possiamo salvarci da soli. Nel “Padre nostro”, non nel “Padre mio”, imploriamo il “nostro pane quotidiano”, non il “mio pane quotidiano”. La Chiesa è strumento di salvezza per l’umanità. Non è un rifugio pacifico, ma un esercito che si prepara alla guerra. Noi cerchiamo sicurezza, ma solo nel sacrificio, ecco il segno della Chiesa e il vessillo della croce.

Se il peccato dei nostri moderni bassifondi e la degradazione che ne deriva; se il peccato delle nostre case sovraffollate e la bruttezza e il vizio che portano; se il peccato di chi è senza cuore e senza scrupoli si staglia contro la squallida e degradante miseria dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina; se il peccato della truffa e della disonestà defrauda i poveri; se il peccato della prostituzione e dell’omicidio di donne e bambini per malattia; e se il peccato della guerra che gli altri hanno covato; se tutto non gravasse come un peso sulla Chiesa e su di noi, membra della Chiesa, e se non ne sentissimo dolore, non saremmo membra degne della Chiesa. Abbiamo perso la nostra vocazione. La moralità cristiana non è solo osservare i comandamenti; è amore, dedizione totale, e prendere su di sé i peccati degli altri. Ecco la legge nuova: amare Dio e amare il prossimo.

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-LA GUERRA COME GIUDIZIO DI DIO- “Nulla accade nel mondo che prima non sia capitato nel cuore dell’uomo…Il fatto che dimentichiamo Dio ha relazione con la guerra più di quanto si possa realmente pensare”

Alcuni anni fa un illustre docente di Bruxelles ha studiato tutte le guerre che sono intercorse tra il 1496 a.C. e il 1861 d.C., cioè in 3.357 anni di storia. Quale risultato ne consegue? 3.130 anni di guerra e soltanto 227 anni di pace. Altro dato interessante è la frequenza delle guerre nei tempi moderni: l’intervallo tra un conflitto e l’altro si rivela sempre più breve. Corrono infatti 55 anni tra le guerre napoleoniche e la Guerra franco-prussiana, 43 tra la Guerra franco-prussiana e la Prima Guerra Mondiale, 29 tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. 55, 43, 29: ciò in un’epoca in cui si riteneva che l’uomo avesse a disposizione tutte le condizioni materiali indispensabili per la sua felicità. E ora viviamo sotto la minaccia di un suicidio cosmico!

Prendiamo ora in considerazione il problema del meccanismo di pace orientato a evitare le guerre. Consideriamo i trattati di pace stipulati dalla Società delle Nazioni tra il 1920 e il 1939, anno in cui iniziò la Seconda Guerra Mondiale. In soli 19 anni furono firmati ben 4.568 trattati! Durante gli undici mesi che hanno preceduto l’inizio del Secondo Conflitto Mondiale, la Società delle Nazioni ne ha sottoscritti circa 211. Questi documenti erano scritti soltanto sulla carta, oppure erano incisi nei cuori degli uomini? E quando oggi si sente parlare della stesura di alcuni trattati dell’ONU, dobbiamo chiederci se siano scritti in piena coscienza del fatto che coloro che li sottoscrivono sono direttamente responsabili dinanzi a Dio! Le nazioni che firmano tali documenti si possono paragonare a un marito e una moglie che, quando si incontrano al bar per un aperitivo, si scambiano parole amorevoli, mentre tra le mura domestiche si rivolgono le offese più umilianti.

A che giova eliminare le condizioni esterne di conflitto quando permangono le condizioni interne di egoismo, di odio nei confronti del prossimo, di fanatismo, intolleranza e abbandono del divino? Le guerre non sono causate soltanto dalle aggressioni o dalla tirannia esterna: se in certe anime non ci fosse lo spirito di egoismo, non avverrebbe sin dall’inizio alcuna aggressione. Nulla accade nel mondo che prima non sia capitato nel cuore dell’uomo. La guerra è effettivamente una proiezione della malvagità umana. Il fatto che dimentichiamo Dio ha relazione con la guerra più di quanto si possa realmente pensare.

Dio ha stabilito certe leggi nell’universo, in forza delle quali le cose raggiungono la perfezione. Queste leggi sono principalmente di due tipi: naturali e morali. Le leggi naturali, come le leggi dell’astronomia, della fisica o della biologia, corrispondono in verità ai riflessi della ragione eterna di Dio. Egli ha stabilito che le cose si comportassero in un modo particolare (per esempio si può dire che la quercia è un “giudizio” portato sulla ghianda e che il frumento è un “giudizio” sul seme che è stato seminato). Ma Dio non ha creato l’uomo così come aveva creato il sole, il quale può solamente sorgere e tramontare. Creando l’uomo libero, Dio gli ha donato una legge più elevata della legge naturale, ovvero la legge morale. Il fuoco deve obbedire alla legge naturale della propria natura, ma l’uomo dovrebbe soltanto obbedire alla legge morale. La sua libertà gli offre la possibilità di ribellarsi.

Lo scopo di Dio nell’imporre una legge alle cose era condurle necessariamente alla loro perfezione. Diversamente, lo scopo di Dio nel dare all’uomo la legge morale era quello di guidarlo liberamente alla sua perfezione. Nella misura in cui gli uomini obbediscono alla volontà di Dio, sono felici e in pace; nella misura in cui essi disobbediscono liberamente, si fanno del male, e questa conseguenza è chiamata giudizio.

I giudizi nell’ordine naturale sono evidenti. Il mio mal di testa, per esempio, è un giudizio sul mio rifiuto di mangiare, che rientra in una legge naturale; invece la mia atrofia muscolare è un giudizio sul mio rifiuto di fare movimento. La disobbedienza a queste leggi comporta alcune conseguenze, non perché siano volute, ma per la natura stessa di quella realtà che Dio ha creato. Nessuno che eccede nel bere desidera il mal di testa, ma lo provoca. Allo stesso modo nessuno che pecca desidera la solitudine e la frustrazione dell’anima, però tuttavia le avverte. Nell’infrangere una legge soffriamo sempre delle conseguenze che non volevamo (a certi effetti seguono determinate cause).

Quando si presentano delle calamità, in seguito alla negligenza personale o alla sfida rivolta alla volontà di Dio, avviene quello che possiamo definire il giudizio di Dio. Il mondo non ha voluto la guerra, ma ha voluto uno stile di vita che l’ha generata. In tal senso essa è un giudizio di Dio. Il peccato conduce alla rovina, che è l’espressione della condanna del male pronunciata da Dio, quindi la “registrazione” del suo Giudizio. La frustrazione che risulta dalla nostra disobbedienza alla legge divina è il Suo giudizio. E nel disobbedire alla legge morale di Dio non distruggiamo la legge in sé, ma principalmente noi stessi. Io, per esempio, sono libero di fare un cattivo uso della legge di gravità gettandomi dall’alto di un edificio, ma così facendo mi uccido. Tuttavia la legge rimane. (…)

Nella disobbedienza alla volontà divina distruggiamo noi stessi; nel trafiggere Dio trafiggiamo il nostro stesso cuore. Per mezzo delle catastrofi comprendiamo con tristezza che la legge morale è giusta, e che alla fine dovrà prevalere. Visto che il fuoco brucia, non tocchiamolo con le mani: visto che l’assenza di Dio causa le guerre, avviciniamoci a Dio. Popoli e nazioni devono apprendere, con lacrime e sudore, nel dolore e nel sangue, che l’atteggiamento sbagliato nei riguardi della legge naturale e della legge morale è contemporaneamente e necessariamente un atteggiamento errato nei riguardi di Dio, e ci attira un destino inevitabile, il Suo Giudizio.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)