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LA MAGGIOR PARTE DEGLI UOMINI VUOLE UN AMORE E UN MATRIMONIO IMMATURO E ADOLESCENZIALE: “Se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito”

Anche nel più nobile degli amori umani arriva un momento in cui si è “fatta l’abitudine” a quel che c’è di meglio (i gioiellieri non si commuovono più alla vista delle pietre preziose). E ciò rivela la necessità costitutiva che sempre, nella vita, deve esserci un mistero poiché, quando questo svanisce, la vita diventa banale. Forse potrebbe essere proprio questa la ragione della popolarità di cui oggi godono i libri gialli, ossia il fatto che essi andrebbero a colmare il vuoto creato dall’aver smarrito i misteri della fede. L’interesse violento suscitato dai racconti di misteriosi omicidi indica che la gente si appassiona di più al modo in cui una persona è stata ammazzata piuttosto che al destino eterno della persona ammazzata.

Quando nella vita non rimane nulla di arcano e di non rivelato viene meno la gioia di vivere. Il gusto dell’esistenza proviene in parte dal fatto che c’è ancora una porta che non è stata aperta, un velo che non è stato ancora sollevato, una nota che non è stata ancora suonata. Nessuno che stia vicino a un pozzo conosce la sete, ciò significa che proviamo ben poco desiderio di ciò che già possediamo, né c’è speranza di conseguire quel che già è nostro. Così avviene che il matrimonio spesso segni la fine del romanzo, come se fosse terminata la caccia e la selvaggina già riposta nel carniere. Quando una persona è da noi considerata come se ci spettasse di diritto, allora sfuma tutta quella sensibilità e quella delicatezza di affetto che è condizione essenziale dell’amicizia e della gioia. Il che è particolarmente vero in certe unioni coniugali dove domina il possesso senza il desiderio, una cattura senza l’emozione della caccia. Diversamente, il modo cristiano di preservare il mistero, e con esso l’attrazione, sta nel dischiudersi dell’amore nella generazione dei figli, mistero di vita e di amore, che è quel che intendiamo dicendo che esso diventa trino. (…)

Tutta la vita moderna è orientata verso il concetto che la forza maschile e la bellezza femminile siano e debbano essere un possesso permanente. Tutto il meccanismo dell’odierna pubblicità è rivolto verso questa menzogna. Si dice all’uomo che seguendo certe diete speciali migliorerà di dieci colpi il suo handicap al gioco del golf, che inghiottendo alcune pillole non avrà più, al posto della testa, la solita palla da biliardo. Quanto alla donna, le si promette che la sua bellezza può durare eternamente, che le sue mani screpolate dal bucato e il suo sorriso scarsamente attraente possono rimediarsi con un tubetto di questo o di quello, oppure le si fa credere che con una breve dieta lei non sarà più vittima di una circonferenza esagerata, che non mostrerà più di aver passato i quaranta ma sarà come se fosse tornata ventenne. Ma nonostante questa propaganda martellante circa l’eternità della bellezza e della forza, spesso avviene che un anno o due dopo il matrimonio il marito cessi di apparire quell’indomito e coraggioso Apollo che nei pomeriggi festivi faceva meraviglie nelle squadre di calcio, o che era tornato dalla guerra con tre decorazioni sul petto.

A un certo punto tutto sembra cambiare, e il giorno in cui la moglie lo pregherà di aiutarla a lavare i piatti lui le risponderà: “Questi sono lavori da donna, non mi riguardano”. Per quanto riguarda la donna, invece, lei non sembra più così bella come nei primi giorni della luna di miele. I suoi discorsi infantili che un tempo gli parevano così aggraziati e pieni di estatica tenerezza, ora cominciano a dargli seriamente sui nervi. È a questo punto che molte coppie sentono che l’amore se n’è andato, poiché, se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito. Ma Dio non aveva mai inteso che la forza nell’uomo e la bellezza nella donna dovessero durare per sempre, bensì che dovessero riapparire nei loro figli: in questo si rivela la provvidenza divina. Proprio quando sembra che la bellezza dell’una e il vigore dell’altro si attenuino, Dio manda i figli per la protezione e la rifioritura di entrambi. Quando infatti il primo maschietto viene alla luce, sembra quasi che il padre torni a manifestarsi in tutta la sua forza e, per dirla con Virgilio, che “dal sommo cielo discenda una superiore stirpe umana”. Quando invece nasce la prima bambina, è la madre quella che rivive in tutta la sua bellezza e la sua grazia, e pare che anche il suo linguaggio puerile ritorni aggraziato. Inoltre, al marito piace perfino pensare che la madre sia l’unica origine dell’avvenenza della bimba. Così ogni bambino che nasce diventa uno di quei grani del rosario dell’amore che lega insieme i genitori nella catena di una dolce schiavitù d’amore. (…)

Bisogna mettersi in testa una verità inconfutabile e ineludibile: dove c’è dualismo c’è deficienza, dove c’è Trinità c’è pietà. La deficienza è avida di colmarsi a spese del prossimo, mentre la pietà nasce da una ricchezza che è impaziente di riversarsi sugli altri. Togliete all’amore il suo carattere “trinitario” e tutte le relazioni interiori si dissolveranno lasciando sussistere soltanto una mera esteriorità vuota, si tratti del contatto fisico dell’uomo con la donna, o del conflitto tra capitale e lavoro, oppure della guerra, fredda o calda, tra il mondo occidentale e il mondo orientale. Una società in cui il legame unificatore è stato abbandonato diviene progressivamente un agglomerato di atomi, fino a che alla fine gli uomini invocheranno una forza totalitaria che “organizzi” il caos: è così che nasce il socialismo ateo. Come la cultura, quando smarrisce una sua filosofia della vita, si frammenta in tanti reparti senza coesione né unità fuorché quella accidentale di vicinanza e di tempo. E come un corpo quando perde la sua anima si riduce ai suoi componenti chimici tranquillamente scindibili e scomponibili, così anche la famiglia quando perde il legame unificatore dell’amore si riduce alle aule dove si pronunciano i divorzi.

Senza un terzo elemento vivificante che sia esterno ai due coniugi, l’uomo è dapprima compresso e poi soppresso da forze ostili, fino a trovarsi rinchiuso entro i limiti dell’intelletto, solo, isolato, spaurito e prigioniero di se stesso. Che cosa può soddisfarlo se non ha rapporti con nulla? Rigettando l’amore fuori dal proprio ego l’uomo non può comprendere il sacrificio se non come un’amputazione e un’autodistruzione. Come può un essere che si rende coscientemente e volontariamente difettoso e impotente dare qualsiasi cosa se in lui regna il vuoto? Costui è pronto forse all’immolazione di sé sotto forma di suicidio ma non come sacrificio di sé per il bene degli altri. Nulla esiste in lui all’infuori del suo ego, per questo gli altri limitano la sua personalità e ostacolano i suoi desideri, apparendogli quindi detestabili. Finché non emerge quel più profondo amore che è il perfetto compimento della personalità, l’ego non cesserà mai di ribellarsi contro il sacrificio, sia che si tratti, per amore della pace o dell’amicizia, di compiacere il compagno, sia che si tratti di fondare una famiglia per vedere forza e bellezza prolungarsi fino alla “terza o quarta generazione”.

La sola cosa realmente progressiva in tutto l’universo è l’amore. Eppure, questa dimensione dell’essere che Dio ha fatto schiudere, sbocciare, e fiorire nel cuore dell’uomo perché sfidasse il tempo e l’eternità è quella che più spesso viene strappata quando è ancora in germoglio. Questa è forse la ragione per cui gli artisti rappresentano sempre l’amore come un piccolo Cupido che non diventa mai adulto. Armato di un semplice arco e di una freccia in un universo atomico, il povero angioletto ha ben poche possibilità di sopravvivenza. San Paolo ci dice che mentre la fede e la speranza in paradiso non avranno più ragion d’essere, l’amore, invece, rimarrà in eterno. Ma ciò che i mortali vorrebbero fosse eterno è proprio ciò che essi strozzano ancor prima che cominci a camminare.

Se un uomo proveniente dal pianeta Marte non avesse mai saputo del massimo evento della storia, ossia della nascita del divino amore nella persona di Cristo; probabilmente lui potrebbe, tuttavia, indovinare il resto di quella storia e predire la crocifissione. Gli basterebbe aver osservato come anche i più sublimi tra gli amori umani vengano disgiunti, rinnegati, mutilati, barattati e soffocati. Ma se l’amore è ciò che il cuore umano brama al di sopra di ogni altra cosa, perché non si sviluppa come amore? Questo dipende dal fatto che la maggior parte degli uomini vuole l’amore in forma di serpente e non di uccello: molte persone preferiscono l’amore che si trova sullo stesso piano della carne e non quello che con le proprie ali si innalza dalla polvere del suolo ai picchi montani per poi perdersi nel cielo. Vogliono cioè un amore che, come Cupido, non cresca mai, un amore immaturo e adolescenziale.

(Fulton Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

DIO E LA FAMIGLIA:”Il sacramento del matrimonio è l’immagine terrestre della Trinità”

L’unità non deve quindi significare assorbimento, o annichilimento, o distruzione, ma il compimento dell’uno nell’altro. Formare una cosa sola senza cessare di essere due persone distinte, ecco il paradosso dell’amore! Tale ideale non ci è dato di attuarlo nella vita perché siamo dotati di corpi come siamo dotati di anima. La materia non può interpenetrarsi! Dopo l’unione della carne ciascuno dei due è ricacciato dentro la propria personalità individuale. È soltanto nel sacramento della Comunione che ci viene offerta, sulla terra, la più vicina approssimazione a un tale congiungimento, ma anche quest’approssimazione è il riflesso di un amore soprannaturale.

Noi non potremo mai darci ad altri in modo completo, né gli altri possono darsi completamente a noi. Ogni amore terreno patisce di questa incapacità dei due amanti a formare un essere solo, eppure distinto. La più grande sofferenza di chi ama proviene da questa esteriorità, da questo stato di separazione dell’amato! Ma in Dio, l’Amore che congiunge il Padre e il Figlio è una fiamma vivente, è il bacio perenne del Padre e del Figlio. Nell’amore umano non c’è nulla di abbastanza profondo per rendere personale l’amore scambievole, ma in Dio lo spirito d’amore che unisce il Padre e il Figlio è così personale che è chiamato Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini! Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima. (…)

Se Dio non avesse un Figlio non sarebbe Padre, e se fosse un’individualità unitaria non potrebbe amare a meno di creare qualcosa d’inferiore a se stesso, nel qual caso avrebbe avuto “bisogno” delle creature, il che è assurdo. Ma nessuno a questo mondo è buono se non dona qualcosa, e se non fosse stato Dio a donare per primo nel modo più sublime, ossia mediante la generazione, non potrebbe dirsi “buono”, ma se non fosse buono sarebbe, poveri noi, il principio del terrore. Ma anche prima che il mondo esistesse, Dio era buono per propria natura, avendo “ab aeterno” generato il Figlio Unigenito. In Dio, infatti, non c’è, né potrebbe esserci, alcun atto che non sia Dio stesso. Stando così le cose, si può dire che Dio è l’eterno impeto di amore che è in perenne e gioiosa operosità, in quanto Lui è al contempo uno e trino perché procede da quell’unica natura divina.

Ecco la candida sorgente di ogni amore, da cui i raggi sparsi si spandono fino a noi. Qui soltanto risiede la fonte, la corrente e l’oceano di ogni forma di amore, perciò ogni paternità, maternità, figliolanza, amicizia, affetto tra fidanzati o amore coniugale non sono che, in misura parziale e ridotta, un’immagine riflessa di quell’unico amore che è Dio. Padre e madre nella loro unità costituiscono un principio generatore completo e perfetto nel suo ordine, e il bimbo nato da questo principio è legato ai genitori da uno spirito, lo spirito della famiglia! Tale spirito non procede soltanto dall’amore dei genitori verso i figli, ma anche e primariamente dal mutuo affetto dei genitori fra di loro. Lo spirito d’amore dei genitori è al tempo stesso desiderio, pietà, tenerezza, sopportazione e sofferenza di qualsiasi cosa per amore dei figli. Nei figli questo spirito d’amore diviene un’offerta simile a quella che in primavera gli uccelli fanno con il loro canto ai rami dell’albero dove costruirono il nido.

Lo spirito della famiglia è altrettanto necessario nella famiglia ai fini della generazione, quanto lo Spirito Santo è necessario all’amore del Padre e del Figlio. Tre in Uno: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tre persone in un unico Dio, uno nell’essenza ma sussistente in tre persone uguali e distinte. Tanto grande e ineffabile è il mistero della Trinità, tanto intima è la vita di Dio e in Dio!

Come le tre persone divine non perdono la loro personalità nell’unità della loro essenza, ma rimangono distinte, così l’amore del marito e della moglie lascia distinte le loro anime. E come dall’amore del Padre e del Figlio procede una terza persona distinta, lo Spirito Santo, così, in modo imperfettamente riflesso, dall’amore dei coniugi procedono i figli che sono il vero vincolo di unione del loro amore. Ritornando sui genitori come un “effetto boomerang”, il bene dei figli, che la teologia chiama “bonum prolis” ponendolo al primo posto tra i beni del matrimonio, conferisce a entrambi l’amore nello spirito della famiglia. Ma non si dovrebbe furbamente, o stoltamente, pensare che il numero dei figli alteri minimamente la struttura trinitaria basilare della famiglia, poiché per quanto numerosi siano i figli che l’Altissimo mediante l’amore degli sposi farà germogliare fra di loro, Egli rimane sempre uno.

Il sacramento del matrimonio, che è amore donatore di vita e vita donatrice di amore, è l’immagine terrestre della Trinità. Come le ricchezze dello Spirito Santo d’amore sono a disposizione di coloro che vivono nel suo afflato, così il matrimonio, vissuto nel modo voluto da Dio, associa i congiunti alla gioia creatrice del Padre, all’amore sacrificantesi del Figlio, e all’amore unificante dello Spirito Santo. Anche se, senza colpa dei coniugi, non nasca nessun figlio dal matrimonio, questo non perde la sua impronta trinitaria, ma se arrivano i figli allora l’amore, fino a quel momento solo spirituale, assume la condizione di uomo, incarnandosi.

In definitiva, l’amore si manifesta prima come duplice, e poi come trino. L’essere in due, e in due che si amano, è il conforto che Dio ha voluto elargire alla nostra indigenza: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). Ma l’amore perfetto è trino, sia che con il termine trino si intenda “il nostro amore”, cioè quel qualcosa di estraneo a entrambi che viene da Dio, sia che si intenda il “frutto del nostro amore”, ossia il figlio, la cui anima, o spirito immortale, proviene direttamente da Dio.

Come abbiamo visto, un amore che sia soltanto dono finisce inevitabilmente per esaurirsi, e un amore che sia soltanto ricerca muore nel proprio egoismo. Ma un amore che sia perenne volontà di dare e che sempre sia sopraffatto dal ricevere, è il riflesso della Trinità sulla terra e, pertanto, un’anticipazione del paradiso. Padre, madre, e figli, tre entità nell’unità della natura umana: tale è la legge trina dell’amore, in terra come in Cielo. “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). L’amore è dono eterno di sé e contemporaneamente comporta il recupero nella carne, o nell’anima, o in Cielo, di tutto ciò che fu donato e sacrificato. Questa è la garanzia dell’amore: tutto verrà raccolto di quanto si è dato e nessun frammento andrà perduto.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

Quello che lo zelo è per la religione, la fedeltà e la fecondità lo sono per il matrimonio, ossia la devozione verso la persona cara e la proiezione di quell’amore nella famiglia…“Non ama chi non ama per sempre”

Lo zelo non è soltanto un influsso positivo, come quando la religiosità si trasforma in apostolato, ma si traduce anche in un senso negativo, o meglio, non soltanto attraverso una forza attraente ma anche attraverso una spinta repellente, ossia nel rifiuto di tutto quello che è contrario alla volontà di Dio. Quando Nostro Signore, entrato nel Tempio di Gerusalemme, lo trovò profanato dalla presenza dei mercanti fece con una corda una frusta e scacciò tutti costoro, a testimonianza della Scrittura: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà” (Gv 2,17).

Dal volatile che difende il nido dei suoi nati al martire che muore per la fede, vediamo l’amore traboccare di zelo nel suo senso migliore. Ma anche il malvagio può essere zelante per quei mali che ama, sia che si tratti dell’avaro per il suo oro, o dell’adultera per il suo complice, o del comunista per la rivoluzione mondiale. Le cose che siamo pronti a difendere a costo di spendere tutta la nostra energia, o a dare la vita pur di conservarle, sono l’esatta misura del nostro zelo!

Bisogna persuadersi perciò che il movente di tutti i nostri atti è l’amore. Gli argomenti di cui parliamo, le persone che odiamo, gli ideali che perseguiamo, i fatti che ci contrariano, sono altrettante espressioni di quanto abbiamo nei nostri cuori. Pochi si rendono conto della misura in cui rivelano la loro personalità svelando ciò che più amano: “La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” (Mt 12,34), e se amiamo ciò che non dovremmo, tutta la nostra vita ne risulterà falsata. (…)

Quello che lo zelo è per la religione, la fedeltà e la fecondità lo sono per il matrimonio, ossia la devozione verso la persona cara e la proiezione di quell’amore nella famiglia. Una tale fedeltà non sorge dall’abitudine, che è affine alle necessità organiche ed economiche, ma è invece un’affermazione del significato assoluto che una data persona ha per la nostra vita. Questo genere di zelo non solo sommerge tutti quei desideri biologici a esso estranei, ma è anche basato sulla consapevolezza che l’altra persona è quella che Dio ha scelta per noi “nella buona o nella cattiva sorte, nella ricchezza o nella povertà, finché morte non ci separi”. Bene scrisse perciò Euripide quando disse: “Non ama chi non ama per sempre”. (…)

Lo zelo si manifesta spiritualmente nel condurre altre anime a Dio, e fisicamente nella procreazione di altri figli a Dio. La fecondità è il naturale effetto dell’amore tra l’albero e la terra, tra il missionario e il pagano, tra il marito e la moglie: l’amore non prospera nella moderazione. Lo zelo è generosità. L’amore che misura i sacrifici da compiere per gli altri tarpa le proprie aspirazioni.

Nostro Signore disse che l’amore zelante aveva due caratteristiche: la prima è il perdono, la seconda consiste nel non conoscere limiti. È perdono perché sa che il perdono di Dio verso di noi è subordinato al nostro perdono verso gli altri, per tale ragione l’amore, quello vero, non inforca le lenti d’ingrandimento quando osserva gli errori altrui. La vita coniugale ha un bisogno vitale di questo zelo sotto la forma della tolleranza, il che non significa che di fronte a ogni contrarietà si debbano stringere i denti o che si debba coltivare l’indifferenza. Si tratta piuttosto di un’azione positiva e costruttrice, che introduce l’amore dove non c’è. Una tale specie di zelo ci fa sentire sottoposti a un obbligo ben più squisito e più divino del semplice contratto matrimoniale.

Lo zelo non conosce limiti, non dice mai “basta”. Nostro Signore disse che i suoi seguaci, dopo aver fatto quanto dovevano, dovevano ancora considerarsi “servi inutili”. Abbattendo ogni limitazione dell’amore, Gesù affermò: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,39-41).

Nel servizio di Dio e nel matrimonio occorre quindi una generosità che superi di gran lunga i limiti della giustizia. Il vicino di casa che offre di venire ad aiutare per un’ora e ci rimarrà per due, il medico che oltre alle visite professionali “si fermerà un momento a vedere come state”, il marito e la moglie che gareggeranno in amore reciproco, tutti avranno compreso quello che è uno degli effetti più belli dell’amore: lo zelo, che tutti rende folli l’uno dell’altro. Non per nulla San Paolo dice che per Cristo siamo diventati dei folli! (Cfr. 1Cor 4,10).

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

UN MATRIMONIO DIFFICILE È OCCASIONE DI SANTIFICAZIONE: La soluzione cristiana non suggerisce la separazione coniugale non appena insorgano contrarietà e difficoltà, bensì di portare l’altro coniuge sulle proprie spalle come una Croce, per santificarlo. La moglie può redimere il marito, e il marito la moglie.

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Nell’amore cristiano i fardelli diventano altrettante opportunità di servire. Ecco perché simbolo dell’amore cristiano non è il circoscritto cerchio dell’ego, ma la croce con le sue braccia tese verso l’infinito per abbracciare tutta quanta l’umanità. Pure, nonostante i migliori sforzi compiuti dall’amore, non c’è controllo sul compagno. Che fare se il marito diventa un alcoolizzato, o non è più fedele sul piano coniugale, o bastona la moglie e i figli? Che fare se la moglie diventa una Santippe, o non è più fedele sul piano coniugale, o trascura i figli? Non si dovrebbe ricorrere alla separazione? Sì, in certi determinati casi può aver luogo la separazione, ma questa non conferisce alla parte lesa il diritto di contrarre nuove nozze:

“Non divida pertanto l’uomo quel che Dio ha congiunto” (Mt 19, 6).

Un altro problema è quello di risolvere le difficoltà e i dolori, le delusioni e le lacrime che talvolta intervengono nella vita coniugale. Ma il modo migliore non è certamente quello di autorizzare un uomo o una donna che abbiano messo il primo coniuge nei guai a poter liberamente cacciare nei guai altre persone; giacché se la società non permette ad ognuno di vivere come gli aggrada, perché mai dovrebbe permettergli di amare a suo beneplacito? Né la soluzione sta nel proclamare che una data persona è «essenziale» alla nostra felicità. Perché se la bramosia acquista la precedenza sul diritto e sull’onore, come si potranno impedire il ripetersi del ratto della Polonia o il furto della bicicletta del vicino? Come circoscrivere qualsiasi passione che diventi la base dell’usurpazione, il che rappresenta propriamente l’etica della barbarie?

Supponiamo che la promessa matrimoniale «per il meglio e per il peggio» si risolva nel peggio; supponiamo che il marito o la moglie diventi un malato cronico, o riveli caratteristiche antisociali. In questi casi l’unione coniugale non può essere certamente salvata dall’amore carnale. Perfino a un amore rivolto verso la persona è difficile salvare una tale unione, specialmente se l’altro coniuge si rende immeritevole. Ma quando queste forme inferiori dell’amore vengono a naufragare, interviene l’amore cristiano a suggerire che l’altra persona dev’essere considerata un vero e proprio dono di Dio. I più dei doni del Signore sono dolci; ma alcuni sono amari.

Pure, sia l’altra persona amara o dolce, malata o in buona salute, giovane o vecchia, è pur sempre un dono di Dio per il quale l’altro coniuge deve sacrificarsi. Un amore egoistico cercherebbe di liberarsi dell’altra persona divenuta un peso, ma l’amore cristiano si assume quel fardello, in obbedienza al Divino Comandamento:

“Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6, 2)

E se si obiettasse che Dio non ha mai inteso che si dovesse vivere in tali difficoltà, l’unica risposta da darsi sarebbe che Dio ha così inteso:

“Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare la vita sua, la perderà; e chi perderà la vita sua per amor mio, la troverà” (Mt 16, 24-25.)

Ciò che la malattia è per l’individuo, un matrimonio infelice può essere per una coppia: una prova mandata da Dio al fine di perfezionare spiritualmente i due coniugi. Senza alcuni degli amari doni che il Signore ci manda, le nostre capacità spirituali rimarrebbero atrofizzate. Ci dice la Sacra Parola di Dio:

“E non soltanto di questo ci gloriamo, ma anche delle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”(Rom 5, 3-5).

Una tale vita matrimoniale può essere una specie di martirio, ma per lo meno chi pratica l’amore cristiano può essere sicuro di non rubare ad un’altra anima la sua pace, né di disonorare la propria vita. Né d’altra parte questa accettazione delle prove imposte dal matrimonio equivale, come taluni credono, a una sentenza di morte: un soldato non è condannato a morte perché giura fedeltà alla patria, ma ammette di essere pronto ad affrontare la morte piuttosto che perdere l’onore. Un matrimonio infelice non è una condanna all’infelicità, bensì una nobile tragedia in cui si sopportano «i sassi e i dardi dell’oltraggiosa fortuna» per non rinnegare un voto fatto al Dio Vivente. Essere feriti per la patria che amiamo è nobile; ma essere feriti per amor di Dio è ancora più nobile. L’amore cristiano da parte di uno dei coniugi contribuirà alla redenzione dell’altro. Dio non trova i suoi Santi là dove tutto è gradevole, ma soprattutto là dove i Santi sono meno apprezzati, o addirittura odiati. Scrisse S. Paolo ai Filippesi:

“Vi salutano i fratelli che sono con me; vi salutano tutti i santi e specialmente quelli della casa di Cesare”

Ciò che quelle anime sante rappresentavano in quella trincea della corruzione che era la Corte di Nerone, e cioè l’atmosfera purificatrice e il cuore della sua redenzione, tale deve essere il coniuge cristiano nei riguardi dell’altro, ossia colui che rappresenta l’influenza buona in un ambiente che potrebbe essere altrettanto corrotto quanto il Palazzo di Cesare. Se un padre è disposto a pagare i debiti del figlio per salvarlo dal carcere, se un uomo acconsentirà a dare il sangue per una trasfusione che salvi la vita dell’amico, allora è anche possibile che nel matrimonio un coniuge possa redimere l’altro. Ci dice la Scrittura:

“Il marito incredulo è santificato dalla moglie, e la moglie incredula è santificata dal marito” (1Cor 7, 14)

È questo uno dei testi meno ricordati tra quanti riguardano il matrimonio. Esso applica all’ordine spirituale le comuni esperienze dell’ordine fisico. Se il marito è malato, la moglie lo assisterà fino alla guarigione. Così, nell’ordine spirituale, il coniuge che ha la fede e l’amor di Dio si assumerà i fardelli del coniuge miscredente, quali l’alcoolismo, le infedeltà, la crudeltà mentale, per amore dell’anima del compagno. Ciò che una trasfusione di sangue è per il corpo, la riparazione dei peccati di un altro è per lo spirito.

La soluzione cristiana non suggerisce la separazione coniugale non appena insorgano contrarietà e difficoltà, bensì di portare l’altro coniuge sulle proprie spalle come una Croce, per santificarlo. La moglie può redimere il marito, e il marito la moglie.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”.)

Meno l’elemento trino penetra in tale amore, minore è il desiderio di aver figli. In un mondo egoista c’è infatti qualcosa come un «figlio non desiderato» o «un figlio nato per sbaglio».

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Dio comunica il suo Potere di creatività alle sue creature, il che non significa che la gente si sposi allo scopo di avere figli, ma, che ha figli perché si ama veramente. Meno l’elemento trino penetra in tale amore, minore è il desiderio di aver figli. In un mondo egoista c’è infatti qualcosa come un «figlio non desiderato» o «un figlio nato per sbaglio».
Nella storia del Cristianesimo la prima diretta limitazione umana della vita infantile si ebbe da parte di un «controllore delle nascite» che si chiamava Erode, e la cosa avvenne nel villaggio di Betlemme. In quel caso la distruzione delle vite neonate era al tempo stesso un affronto alla Divinità nella persona di Dio fatto uomo, ossia di Nostro Signore Gesù Cristo. Nessuno infierisce contro le nascite senza infierire anche contro Dio, giacché ogni nascita umana è il riflesso terreno dell’eterna generazione del Figlio.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)