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Alla Consacrazione Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra.

Alla Consacrazione, Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. L’atto d’amore che dettò quel sacrificio è eterno, perché Egli è l’Agnello «sgozzato fin dalla fondazione del mondo» (Ap 13, 8). Ogni volta che il Sacerdote pronuncia le parole della Consacrazione, applica i frutti del Calvario a quel luogo particolare in cui viene celebrata la Messa. Il Calvario, situato a un dato punto nello spazio e a un dato momento nel tempo, viene così universalizzato nello spazio e nel tempo.

Il Sacerdote prende la Croce del Calvario, con il Cristo ancora inchiodato su di essa, e la innalza a New York, a Parigi, a Tokyo, al Cairo, oppure nella più povera missione del mondo. Sull’altare non siamo soli. Siamo in rapporto orizzontale con l’Africa, con l’Asia, con la nostra parrocchia, con la nostra città; in una parola, con tutti. Aggrappati alla pianeta di ogni Sacerdote vi sono, per esempio, i 600 milioni di cinesi che ancora non conoscono Cristo. Le nostre mani, mentre prendono l’Ostia, sono quelle corrose dal duro lavoro nelle miniere di sale della Siberia; mentre stiamo ritti davanti all’altare, i nostri piedi sono i piedi sanguinanti dei profughi che si trascinano verso Occidente, verso quelle barriere di filo spinato oltre le quali vi è la libertà. La fiammella delle candele è la vampata degli altiforni, attizzati da uomini sparuti, alla cui fatica è negata la giustizia economica. Gli occhi che contemplano l’Ostia sono bagnati dal pianto della vedova, del sofferente, dell’orfano. La stola è il pettorale del giudizio, il fardello della preoccupazione costante delle nostre chiese, delle missioni del mondo intero.

È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra. E quando, al momento della Consacrazione, solleviamo le nostre mani al cielo, esse si intrecciano con le mani di Cristo, «sempre vivo per intercedere per noi» (Eb 7, 25). All’Offertorio, il Sacerdote è l’agnello portato alla morte. Alla Consacrazione è l’agnello sgozzato come vittima del sacrificio. Alla Comunione egli scopre di non essere morto affatto, ma di essere invece ben vivo dell’abbondanza di vita che gli viene dall’unione col Cristo.

Colui che cede alle cose materiali e se ne lascia sopraffare è come un uomo che annega, trascinato a fondo dall’acqua che gli è entrata nei polmoni e glieli ha riempiti. Quest’uomo non potrà più riprendersi. Ma quando ci arrendiamo a Dio ci ritroviamo non solo liberi, ma nobilitati e arricchiti. Troviamo che, dopo tutto, nella Consacrazione la nostra morte non era meno transitoria di quella del Calvario, perché la Santa Comunione è come una nuova Pasqua.

Diamo il nostro tempo e riceviamo la sua eternità; abbandoniamo i nostri peccati e riceviamo la sua grazia; sacrifichiamo i miseri affetti e riceviamo la fiamma dell’Amore. In questa unione con Cristo non siamo soli, perché la Comunione non è solamente unione dell’anima singola con Cristo, ma con tutte le membra del suo Corpo Mistico e, per mezzo della preghiera, con tutta l’umanità.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

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Autore: Amici di Fulton Sheen

amicidifultonsheen@gmail.com

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