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La vita merita di essere vissuta quando viviamo ciascuna giornata per avvicinarci sempre più a Dio.

Quando è che noi ci sentiamo maggiormente felici? Quando facciamo quello per cui siamo stati fatti, così come in astratto è felice il microfono quando fa quello per cui è stato costruito. Allora la vita diventa esaltante e poetica. Si potrà obiettare che esiste gente piena di vita che detesta la ripetitività, e che mirare al raggiungimento di un ideale costituisce una seccatura…No!

Guardate quanti sono pieni di vita e vi accorgerete quanto amano la ripetizione. Tenetevi un bambino sulle ginocchia e fatelo saltellare due o tre volte; il bambino dirà: “Ancora!”. Provate a raccontare a un bimbo una storia buffa…Il bambino infatti non dice mai: “Questa è una storia vecchia, me l’ha già raccontata lo zio la settimana scorsa”, ma dice: “Raccontamela un’altra volta”.

Quando la Vita Divina venne su questa terra, riecheggiò quella lezione che è l’esaltazione della piattezza. San Pietro chiese quante volte si debba perdonare (riteneva che sette volte fossero sufficienti) e Gesù rispose: “Settanta volte sette”. Ci furono nella sua vita tre dolcissime monotonie: trent’anni di obbedienza, tre anni di insegnamento, tre ore di redenzione. Egli diede a noi la gioia di essere “partoriti” a nuova vita, condizione per entrare nel regno dei cieli.

Poiché Dio è pienezza di vita, io mi immagino che ogni mattina Egli dica al sole: “Fallo ancora!”, che ogni sera dica agli astri e alla luna: “Fatelo ancora!”, che ogni primavera dica ai fiori: “Ancora!”, e che ogni volta che nasce un bambino il cuore di Dio possa risuonare ancora dentro quel piccolo cuore. La vita è piena di poesia e di entusiasmo quando ha un fine che tutto sovrasta, consistente nell’essere una cosa sola con una vita così personale da essere un Padre; una cosa sola con una verità così personale da essere quella sapienza da dove scaturisce ogni arte e ogni scienza; e così personale da essere un amore il quale è “spassionata passione e inquieta tranquillità”.

La vita merita di essere vissuta quando viviamo ciascuna giornata per avvicinarci sempre più a Dio. Quando avete detto le vostre preghiere, quando avete offerto le vostre azioni in unione con Dio, continuate a godere “dell’esaltazione della monotonia” e fatelo di nuovo!

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” i discorsi in TV dell’Arcivescovo)

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Autore: Amici di Fulton Sheen

amicidifultonsheen@gmail.com

4 pensieri riguardo “La vita merita di essere vissuta quando viviamo ciascuna giornata per avvicinarci sempre più a Dio.”

    1. Il poeta Cattolico inglese Francis Thompson (1859-1907), visse l’esperienza della dipendenza dall’oppio e del vagabondaggio per un periodo della sua vita, nel suo poemetto lirico “Il Segugio del Cielo” (1890) parla dell’uomo in fuga e di Dio che lo bracca e lo insegue. Il poeta racconta in prima persona la sua lontananza da Dio.

      Questo è un pezzo del poema che Fulton Sheen amava molto e citava spesso.

      “Il Segugio del Cielo”

      Io fuggii durante le notti e i giorni; io Lo fuggivo attraverso la fuga degli anni; io Lo fuggivo attraverso i tortuosi meandri della mia mente; mi nascosi a Lui tra il velo delle lacrime e lo scroscio del riso. Volai verso sogni chimerici e, ferito, precipitai fra le titaniche tenebre di spaventosi abissi, solo per scansare quei piedi possenti che m’inseguivano.

      Ma con un rincorrere senza fretta, con indisturbata cadenza, con calcolata rapidità e maestosa insistenza, quei piedi m’inseguivano e una voce, più insistente dei loro passi, diceva: “Tutte le cose tradiscono te, quando tu tradisci Me”.

      Sebbene conoscessi il Suo Amore che m’inseguiva, temevo assai che, se avessi raggiunto Lui, avrei dovuto mollare tutto il resto. Ma ogni volta che una piccola porta mi si apriva per evadere, il soffio del Suo avvicinarsi me la sbarrava in faccia. La paura era così lesta a fuggire, come quell’Amore era fulmineo a inseguirmi.

      Fuggii oltre i confini del mondo; importunai l’aurea soglia delle stelle; cercai rifugio attraverso i loro usci sbarrati; bussai con dolci parole e con l’argento in bocca alla porta della pallida luna. Dissi all’Aurora: “Presto”. E al Crepuscolo: “Subito, nascondimi fra le soffici nuvole del cielo, salvami da questo Tremendo Innamorato! Avvolgimi nei tuoi veli leggeri, che Egli non mi scorga!”.

      Mi avvinsi alla criniera sibilante di tutti i venti, sia che questi sorvolassero, fluidi e veloci, le sconfinate savane dei cieli, sia che, sospinti dal tuono, ne traessero il cocchio attraverso la volta azzurra, sprizzando una pioggia di lampi attorno all’urto dei loro piedi. Mai la paura fu così rapida a fuggire come quell’Amore era lesto a inseguirmi. Tuttavia, con una corsa senza fretta, a ritmo imperturbato, con deliberata prestezza e con maestosa insistenza, sentivo sempre quei piedi che m’inseguivano, e una voce più sonora dei loro passi che diceva: “Nessuno dà ricovero a te, quando tu non ricoveri Me”.

      La natura, questa povera matrigna, non può spegnere la mia sete… Mai una goccia di latte cadde sulla mia bocca assetata. Il passo dell’Inseguitore si fa sempre più vicino e, più sonora del calpestìo di quei piedi, una voce mi grida: “Niente accontenta te, quando tu non accontenti Me”.

      Attendo il colpo imminente del Tuo Amore! Tu hai spezzato la mia resistenza e mi hai ridotto in ginocchio, senza difesa alcuna. Anche il sogno adesso manca al sognatore e il liuto al musicista. Ahi è forse il Tuo Amore come il loglio, che non tollera che altro fiore cresca accanto al Suo? Ahi devi Tu, o Artefice Divino, devi Tu bruciare il legno prima di poter disegnare?…

      “Tu non sai quanto poco saresti degno di essere amato! Chi potrebbe amare te se non Io, se non soltanto Io? Tutto ciò ch’Io ti tolsi non fu per farti danno, ma perché tu lo cercassi qui nelle Mie Braccia. Tutto ciò che la tua fanciullesca fantasia credeva perduto, Io l’ho accumulato a casa per te; alzati, afferra la Mia Mano e vieni”.

      Quel passo del Divino Inseguitore, ecco, si ferma accanto a me. Io penso che, dopo tutto, la mia notte non è altro che l’ombra della Sua Mano carezzevole. E Lui mi dice: “O stolto, o cieco, o debole senza pari, Io Sono colui che cerchi! Tu respingi l’amore da te, quando respingi Me”.

      Quando tu sei così triste, che non puoi esserlo di più, alza un grido; sulla tua dolorosa desolazione scintillerà il movimento della scala di Giacobbe, affollata di angeli, piantata fra Cielo e terra. Sì, nella notte, o anima mia, piangi, aggrappandoti al Cielo, agli orli della sua veste; apparirà Gesù che cammina sulle acque.

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